La consapevolezza della morte reca con sé una profonda sete di vita. Per tale ragione, anche se conduciamo un' esistenza mediocre, apatica, larvale, sentiamo di voler esserci a tutti i costi e il più a lungo possibile quando qualcuno se ne va. Il prossimo potresti essere tu. Potrei essere io. E tra il nulla eterno e la capacità di pensare un Io sbiadito, sempre meglio la seconda. Ce la meritiamo la terra? Accade. Uno spermatozoo coraggioso. O uno solamente più fortunato. Nasciamo. Non conosciamo che i pochi contenitori vuoti di un' esperienza sensibile fallibile, e se ci guardiamo dentro, pozzi neri di imperfezioni luride. Un ricettacolo di vizi e menzogne. Sotto lo stesso cielo. Poi ci sono le leggi. Che regolano gli omicidi e li prevengono. Perché l' essere umano è pavido. Poi c'è la letteratura. Il vezzo dei disgraziati che, più sfortunati degli altri, vengono al mondo con una capacità di comprensione eccessiva e hanno necessariamente bisogno di una consolazione ritmica. Su questi campi di infertili squallori s' innesta poi la famosa ginestra, che chiamo Amore: sentimento di nobili intenti, codificato in maniera tale da sembrare universale e salvifico, porto sicuro contro ogni tipo di avversità. Gli antichi greci erano profondamente convinti della passività del sentimento amoroso: un dio infondeva loro la passione nel petto. Nessuna scelta. Nessun impegno successivo. Erano solo affari di Afrodite ed Eros. Loro entravano come granelli di polvere nei polmoni degli innamorati e lucidavano gli ingranaggi del cuore per farlo partire. Però gli dèi non esistono. Esistono le scelte. Le responsabilità. Amare è impegnativo: bisogna lavorare sulla propria natura bestiale e giorno dopo giorno dedicarsi strenuamente alla comprensione e alla condivisione. Prendere su di sé, dividere con: l' altro compare prepotentemente sulla scena, e si diventa cooprotagonisti della stessa rappresentazione. No, non è facile. No, non è cosa da tutti. La morte, quando ci passa accanto portando via qualcuno che è a noi prossimo, appare come una menzogna spergiurata: fingiamo bellamente non ci sia, ma in effetti sappiamo bene essere andata via da poco. La morte ha un odore, ma non è quello del sangue. L' odore del sangue è vita che esonda dalle vene, è vita al quadrato. È volontà di combattere, accettazione del rischio di farsi del male resistendo, perché chi si arrende o non parte per la guerra non lo butta il sangue, se lo tiene tutto in corpo, ignaro che seccherà e ugualmente andrà disperso, come un filo d' erba a mezzogiorno si piega e incenerisce nel campo. L' odore della morte è quello della terra bagnata. Lacrime, pioggia, saliva, urina e sperma la innaffiano, questa terra dove riposano i morti. Un surrogato della perdita in forma liquida, profeta di assenze totali ed eterne: dolore, freddo, rabbia, incontinenza, orgasmo, piccole riproduzioni in scala del morire vivendo. Brevi assaggi del nulla, prima dell' annientamento, che avviene con un rapido gesto di mano. Come quando siamo seccati da una mosca. O da una persona. E la mandiamo via. Succede così. Uno sventolare distratto e si spegne la fiamma. Fragile è il fuoco, nemmeno brucia se ci posi le dita. L' ardore giovanile, il miraggio, le passioni motrici della storia: un tremolìo debole di luce giallo arancio nella notte senza pause dell' universo in espansione.
" E' così triste vivere quando si è infelici , non è così , Fernandinho ? Non vale la pena vivere . "
Vettriano
lunedì 13 ottobre 2014
venerdì 25 luglio 2014
Intervista Matisklo!
Il link che riporto qui di seguito rimanda al blog della casa editrice Matisklo presso cui ho pubblicato la mia raccolta di poesie "Dell' assenza e della presenza". E' una breve intervista. Grazie per l' eventuale attenzione.
Saluti.
(Come se poi ci fosse qualcosa da dimenticare.)
Per quanto tempo si può vivere col cuore in gola? Un anno, due, dieci, trenta? Ci sono quelle certezze non verificate che mi tolgono il sonno, che mi scavano nella coscienza, producendo incubi di indescrivibile orrore. Tutto ciò che durante il giorno tento disperatamente di reprimere, impiegando tutte le mie energie per ricacciarlo indietro, per pestarlo, prendendolo a calci in testa per impedirgli di rianimarsi, durante la notte riemerge, danza allegramente sui resti del mio Io, calpestandolo più di quanto non sia già stato terreno di pubblico passaggio. E suona una musica triste, lontana, che proviene dalle terre lontane che tanto vorrei visitare, sopra quel vasto oceano più volte cantato, agognato, stretto in un unico abbraccio spirituale. Sopra quella melodia il male zampilla, cominciano a piangere le pareti dell' anima, e non è acqua, ma sangue misto ad acqua, e se bevo alle rive della mia angoscia avverto sulla lingua un sapore ferroso e quasi asettico, che avevo pregato di non sentire più, né dai palmi delle mie mani, né da alcun' altra parte del mio corpo. La memoria è un contenitore illogico di miserie: i ricordi sono come Erinni persecutrici, e sopportarne il peso diventa sempre più complicato. In passato però ho speso così tante parole per cantare il bello lì dove stava il marcio che adesso non ne ho più per disegnare il profilo di questo unico grande dolore ossessivo, il mostro informe di tutti i fallimenti possibili e impossibili, l' idea semplice di una sola morte annunciata ab origo.
Tutto questo è insonnia, tormento, un Prometeo legato alla spalliera del suo letto, al quale un fantasma mangia il cuore notte dopo notte. Senza che questo ricresca. Gelano gli specchi rivelando un' immagine strana, irriconoscibile. Non si possono consultare le fotografie. Queste sono solamente una conferma dell' inutilità di tutti gli sforzi esistenziali che un' anima può fare per darsi al mondo, una beffarda menzogna, un magma cocente di scherni gratuiti. Tutte le mie umiliazioni sono impresse nelle mura di questa casa, di questa stanza, di questa città. Ogni mia singola perdita ha provocato un foro dentro di me. Devo apparire come una specie di lenzuolo bucato, pieno di rattoppi, sottile, che ogni giorno di più scompare, si rende inutile.
E' la malinconia. Dello stato di grazia beota e incosciente in cui versavo pochi anni fa. Dove tutto pareva possibile, anche che i rabberci bastassero a coprire per una volta ancora il nostro letto.
Risvegli, strappi, fibre che d' improvviso diventano estranee a loro stesse, e appaiono come fili pendenti di marionette antiche. E qualcosa ancora li lega, dopotutto. Ma non lo sanno. Non lo sapranno mai. Perché non se lo diranno, e se si incroceranno, non si riconosceranno più: fragili hanno cercato di ricominciare, di incatenarsi a qualche altro cotone sottile, vanamente, perché quello che la vita adora dividere, l' abissale inconscio spasmodicamente continua a voler vedere unificato. E così, un altro strappo, fortissimo. Da un lato la freddezza dei giorni che corrono velocissimi a mettere distanza tra di noi, dall' altro il bruciore fastidioso e invalidante di una pira immortale, anelante vicinanza, ricongiungimento.
Ma siamo piccoli. Troppo piccoli e imperfetti. E questa è davvero l' unica nostalgia che ho. E che non riesco ad accettare, pur usando costantemente la ragione e seguendo pedissequamente le istruzioni per l' oblio.
(Come se poi ci fosse qualcosa da dimenticare.)
E' la malinconia. Dello stato di grazia beota e incosciente in cui versavo pochi anni fa. Dove tutto pareva possibile, anche che i rabberci bastassero a coprire per una volta ancora il nostro letto.
Risvegli, strappi, fibre che d' improvviso diventano estranee a loro stesse, e appaiono come fili pendenti di marionette antiche. E qualcosa ancora li lega, dopotutto. Ma non lo sanno. Non lo sapranno mai. Perché non se lo diranno, e se si incroceranno, non si riconosceranno più: fragili hanno cercato di ricominciare, di incatenarsi a qualche altro cotone sottile, vanamente, perché quello che la vita adora dividere, l' abissale inconscio spasmodicamente continua a voler vedere unificato. E così, un altro strappo, fortissimo. Da un lato la freddezza dei giorni che corrono velocissimi a mettere distanza tra di noi, dall' altro il bruciore fastidioso e invalidante di una pira immortale, anelante vicinanza, ricongiungimento.
Ma siamo piccoli. Troppo piccoli e imperfetti. E questa è davvero l' unica nostalgia che ho. E che non riesco ad accettare, pur usando costantemente la ragione e seguendo pedissequamente le istruzioni per l' oblio.
(Come se poi ci fosse qualcosa da dimenticare.)
domenica 13 luglio 2014
A Modì.
Ieri ho dimenticato di farti gli auguri di buon
compleanno. Qual è il giorno in cui ci siamo dimenticati quali sono le
potenzialità dell’ essere umani, scegliendo di essere solo e soltanto animali,
ammassi di carne in preda ai nostri più beceri istinti volgari? Non lo so. Ma
l' incongruenza dell' esistere continua a sopravvivere, e ad essere evidente a
qualcuno, nonostante tutto il mondo continui a dire che è normale. Ed io mi
nutro della sua rappresentazione, che trova uno dei suoi momenti più alti e
poetici nel modo che avevi di ficcare il vuoto nelle orbite dei tuoi soggetti.
Quando si è artisti davvero, come lo eri tu, non si è perfetti, né integri, né
coerenti: l' artista non è nessuna di queste tre cose, tuttavia sente. Sente la
voce delle sirene, percepisce la verità, nonostante possa soltanto sfiorarla. E
il contatto col vero provoca delle escoriazioni inguaribili nell’ anima. Dalla
pelle che si sfalda stillano gocce di sangue, sperma e lacrime, per parafrasare
Pavese. E’ con questi tre elementi che hai sempre dipinto, che hai sempre
lasciato al mondo un messaggio di perfetta disarmonia. L’ artista sente, e ama.
Non è l’ amore falsamente equilibrato, formalmente integerrimo, ipocritamente
sempre cortese che tutti credono sia la formula dell’ eternità: è l’ amore
sparato in faccia, gridato, desiderato, rinnegato, incarnato, possessivo,
folle, pittoresco, patetico, ma profondamente, inequivocabilmente,
indubbiamente autentico, per la sua Jeanne. Con tutto ciò che ne seguì.
"Questa notte e altre notti
verranno anche se
non sentiremo ancora cantar
ascolteremo la pioggia
bagnarci i colori
e mischiare i miei pensieri nei tuoi."domenica 19 gennaio 2014
19/01
"La vita è il trauma della consapevolezza: quando questa consapevolezza arriva tutta insieme all' improvviso e sei costretto a passare da uno stato di inerte beatitudine ad uno di sconfinata inquietudine nel giro di pochi secondi di un giorno qualunque, ti si apre dentro una frattura; è come una scossa violenta e decisa, è come una rivelazione, è essere illuminati dalla verità quando si è vissuti di sole tenebre, e divenirne ciechi allo stesso tempo, io vedo la verità e dunque non vedo più, e per tornare a vedere non si può di certo dimenticare la verità, si può solo imparare a camminare nel buio, e non temerne l' assenza di confini."
giovedì 19 dicembre 2013
Dell' Assenza e della Presenza.
E dunque nulla, ho pubblicato questa raccolta di poesie online, dal titolo "Dell' assenza e della presenza".
Qui, sul blog della casa editrice Matisklo troverete un articolo introduttivo:
http://matiskloedizioni.wordpress.com/2013/12/19/in-libreria-dellassenza-e-della-presenza-di-eleonora-rimolo/
E qui, sul sito della casa editrice Matisklo, il libro e la sua anteprima gratuita.
Ricordo che il libro è disponibile anche presso tutti gli store online (quali Amazon, Ibs, etc.)
http://www.matiskloedizioni.com/dellassenzaedellapresenza/index.html
Au Revoir.
Qui, sul blog della casa editrice Matisklo troverete un articolo introduttivo:
http://matiskloedizioni.wordpress.com/2013/12/19/in-libreria-dellassenza-e-della-presenza-di-eleonora-rimolo/
E qui, sul sito della casa editrice Matisklo, il libro e la sua anteprima gratuita.
Ricordo che il libro è disponibile anche presso tutti gli store online (quali Amazon, Ibs, etc.)
http://www.matiskloedizioni.com/dellassenzaedellapresenza/index.html
Au Revoir.
martedì 17 dicembre 2013
il Nulla
L' impossibilità (o l'estrema
difficoltà della sua realizzazione) insita nella parola
'utopia' avrebbe dovuto metterci in guardia dalle nostre illusioni.
Tuttavia esiste un' età della vita nella quale pare sia passaggio
obbligato sognare, credere, aspirare, tendere: l' età dello Streben
non dura per sempre, a mio parere, ma solamente una manciata di
anni, una decina, una quindicina nei sognatori più accaniti. Poi la
vita risponde, a muso duro, e ti prende per la testa e ti porta
dritto verso il muro più incrollabile, dove ti spacchi la fronte,
una, due volte, finché le utopie si dissolvono, si disintegrano, e
diventano schegge pericolosissime, che nel peggiore dei casi si
conficcano nel cervello e ti pungono i pensieri per tutto il resto
della vita.
Noi siamo sul confine di questa
disillusione che chiamano passaggio all' età adulta, e ce ne
restiamo sulla soglia, senza entrarvi, perché per fortuna non
sembriamo esserne obbligati più come un tempo dalle norme e dalle
scadenze che l' uomo aveva creato per autoregolarsi in modo
artificiale.
Noi siamo nel ciclone delle delusioni,
noi siamo entrati nel mondo reale, dove ogni cosa non può essere
come la pensiamo, perché non siamo capaci in quanto essere
imperfetti di creare il migliore dei mondi possibili, ma tutto al più
ci è concesso vivere nel mondo che ci tocca.
E allora che fare, se le nostre
fantasie, le nostre aspirazioni, cozzano contro una realtà che non
sembra affatto rispondere ad esse?
Non possiamo cogliere la verità
assoluta dal momento che non esistono le strade migliori e quelle
peggiori: non è come credevamo da bambini, non esistono poi confini
così netti tra il bene e il male ed il giusto e il sbagliato; molte volte il fascino dell' oltre limite ci cattura, ci intrappola, e poi però ci frega, lasciandoci
soli con le nostre mille domande alle quali mai saremo in grado di
rispondere, perché la collettività non è un insieme di immagini
singole uguali a se stesse che formano la medesima unica immagine
ingigantita, la collettività è l' effetto ottico di un insieme
molteplice e tremendamente, atrocemente individuale e soggettivo. E
una volta che questo viene appurato, una volta che si sfalda la
prospettiva comoda del “tanto questo è sbagliato e questo no,
quindi questo devo farlo e quest' altro no”, restiamo noi soli e lo
specchio del nostro Io, al quale cominciamo, impauriti, a chiedere:
cos'è che vuoi? Cos'è che per te val la pena? Cosa per te è il
bene e cosa è il male?
Ma chi è che risponde davvero? Un
riflesso, un' ombra di noi stessi, imbevuta delle regole che, pur
zoppicanti, ancora reggono le redini dell' ordine sociale e
collettivo, o un essere pensante autonomo, spoglio da ogni
pregiudizio e decontestualizzato dal circostante? E quale delle due voci
sarebbe meglio ascoltare, e perché l' una dovrebbe essere meno
attendibile dell' altra? In base, a loro volta, di quale giudizio
morale? E ponendoci interrogativi del genere potremmo risalire all'
infinito, eppure prima o poi ci troveremmo sulla punta estrema (che
affaccia sull' abisso) di tutti i nostri dubbi e le nostre
incertezze, ossia sull' impossibile determinazione del senso dell'
esistenza umana e del suo creatore.
La serenità va dunque scelta, in
quanto va scelta una strada da imboccare, per gradiente, per
comodità, per qualunque motivo, mentre la rabbia è istinto, e in
quanto tale la sua incontrollabilità ci sembra forza, ci sembra
autorevolezza, ma è solo viltà, è solo abbandonarsi alla
superficie increspata delle onde che si muovono a causa della brezza
e non per loro consapevole scelta.
E allora d' improvviso, anche se hai
poco più di vent' anni, ti coglie quella sensazione di stanchezza,
di mollezza, di rassegnazione profonda, e quasi ti senti vecchio, più
vecchio del mondo, perché hai sentito, tutto insieme, in una notte
sola, il peso dell' insensatezza dell' universo, e ora sei così
sazio di nulla e di incerto che ti viene solamente voglia di restare
immobile e di guardare Dio mentre monta e smonta i giorni quasi
fossero un gioco per bambini. E allora ti affacci al balcone, che è
il diretto prolungamento di una casa dove fingiamo di essere al
sicuro, che è il ponte che unisce il 'di fuori' con il 'di dentro',
ma del 'di fuori' ti restituisce solamente una facciata d' insieme,
che puoi guardare standotene in alto, lontano, senza parteciparvi in
modo diretto. E respiri l' aria della sera, e bevi il tè caldo, e io
passo dalla cucina e ti vedo; sei contorno di una figura che occupa
esattamente il posto che dovrebbe, come in una fotografia
perfettamente calibrata nei colori e nelle prospettive, come un
dipinto surrealista e realista allo stesso tempo, anacronistico così
come ti senti dentro, ed esco fuori anche io, e ti cingo le spalle,
da dietro, e provo a stringerti per saperti vivo, per sentire il
calore del tuo corpo, il tuo sangue sottopelle che fa ancora il suo
dovere, e m' immergo nella tua apnea, e ti sussurro che c'è tempo,
c'è ancora tempo, ma quanto più c'è tempo tanto più è tardi, la
vita è un gioco del rovescio, è un patto segreto degli opposti che
si beffano di noi, sempre, fino alla fine, fino a quando poi ci viene
alla bocca assieme all' ultimo respiro una verità incontrovertibile,
e cioè che l' amore è il solo contrario della morte.
Custodiscila, la tua diversità,
coccola le tue nevrosi, educale come i tuoi figli prediletti, e non
raccontarti bugie, mai, perché la differenza è l' unico bene che ci
resta, perché il bene e il male che ci affliggono, che ci assalgono,
che sembrano provenire da un demone esterno oscuro e che invece
crescono, si nutrono e maturano solo in noi, fanno di noi quello che
siamo, ed è proprio in quello che siamo che esiste la scelta, che
esiste il soggetto, che l' Io si dipana, si dispiega, ci suggerisce
quello di cui ha piacere e quello di cui ha orrore: loro sono la
nostra prima verità.
Il tribunale astratto della coscienza
non è altro che un teatro di partecipazioni all' etica di gruppo
travestito male, poiché se per coscienza intendiamo il senso di
inadeguatezza provato nell' andare contro la corrente della massa,
allora no, non dobbiamo essere schiavi della nostra coscienza, non
dobbiamo essere schiavi di nulla, neanche di noi stessi e
della nostra stessa inattività. Perché sotto le spoglie del nostro
voler restare immobili per un giorno o per sempre, si nasconde ben
altro che una libera scelta arbitrale, catene molto più pesanti del
senso comune ci tengono legati nelle prigioni dell' anima, e sono
paure delle conseguenze delle nostre scelte, e sono timori di
riuscire male, di sapersi star male, star peggio, e sono fantasmi che
assillano la mente e le impediscono il sonno; ma l' alba ci insegna
che ogni notte si esaurisce nel giro di poche ore, così come lo
stesso giorno, d'altra parte, lascia subito spazio ad una nuova
notte, e nell' alternarsi incessante delle quotidianità sta la
chiave di tutto il castello al quale non crediamo di avere accesso,
poiché ogni azione (e anche ogni inazione, a suo modo, perché non
si annullano gli opposti neanche nell' immobilità) provoca reazioni
a tratti positive, che paiono darci ragione, rafforzare le nostre
tesi, renderci autorevoli agli occhi del 'di fuori', a tratti
profondamente negative, che ci mettono di fronte ad una evidente
inadeguatezza dello stare al mondo, poiché siamo tutti adeguati e
tutti inadeguati allo stesso modo, poiché siamo tutti vivi per caso
e moriremo tutti per caso, perché tutti siamo felici in un solo
momento e soffriamo da cani il giorno dopo, o il giorno stesso, e
ogni tentativo sciocco di tenere fermo il pendolo solamente da un
lato ci porterà via tutte le poche forze che abbiamo in corpo.
Bisogna tuttavia
sapersi fermare, perché è necessario anche questo: quelli che
condannano l' immobilità fanno del qualunquismo e non sono connessi
con la realtà atroce delle cose. Bisogna sapersi fermare, attendere,
ingannare il tempo, sentirselo scorrere addosso come acqua fredda (ma
non troppo). Perché la serenità passa attraverso l'inazione:
sedersi senza avere l' affanno di fare cose che non rispondono alla
nostra più intima volontà (ma alla volontà e al piacere altrui),
senza dovercisi sentire responsabili se non si sceglie di esserlo. È
nel silenzio più assoluto e più rombante del cielo notturno che
emergeranno dal fondale sabbioso le prime stelle. È potendo
ascoltarci, è potendo godere di un abbraccio tacendo, è nella
scintilla della completezza di un momento nel quale sentiamo di non
aver bisogno di nient' altro, è lì il germe della nostra felicità,
è lì il feto del nostro Io, perché è lì che siamo noi, è dove
noi siamo che siamo felici, è dove ci ritroveremo, a sera, dopo una
giornata di chiasso e di gente inutile, nel calore della nostra
dimora, che potremo essere sereni, lì è dove Io e mondo coincidono,
dove soggetto e oggetto si ricostituiscono, si rianimano, tornano a
stringere patti sinceri alla luce del sole, e pian piano ci escono
dagli occhi, dalle labbra, dalle mani, per costruire, per lasciare
tracce effimere (ma testimoni del nostro aver vissuto davvero) nel
giorno che fugge del nostro passaggio inevitabile su questa terra.
domenica 15 dicembre 2013
14/12/13
La luna la vedo come se stessi
piangendo, ma non sono le lacrime che non ho più a renderla così
opaca, è solo il velo di umidità che condanna questa città alla
sfumatura eterna.
La panchina della mia infanzia rubata
mi restituisce brividi di ferro lungo la schiena, e mi viene da
pensare che l' immutabilità stia sul fondo di tutte le progressioni.
Perché dopo vent' anni confondo ancora
gli uteri e le mani, e se faccio male alle mie vorrei ferire quelle
sue, e se cerco rifugio è perché mi sento ancora feto e già madre,
e non so dove fuggire, perché di elemosina non ne chiedo più al
cielo, agli altri, che prendono dalle mie tasche solamente quello che
serve e poi vanno via sbattendo la porta. Non ho più nulla qui, in
questa casa che non mi è mai appartenuta, ogni oggetto della mia
stanza è una cosa di qualcun altro, non hanno più storia nemmeno
questi libri, catalogati sistematicamente per sentirli miei, per
averli dentro di me.
Risento le risate, le grida, i sospiri
dei primi baci in questa strada illuminata dall' ipocrisia del
Natale, e per quanto un macigno spinga nel mio stomaco chiedendomi di
uscire, io non gli concedo più udienza, e mi guardo intorno per
cercare il sale che mi manca, io voglio piangere, fatemi piangere, vi
prego, vi imploro.
Si avvicina pericolosamente un altro
diciotto dicembre, utilizzo tutte le mie forze per guardare soltanto
avanti a me, ce l'ho, ho il controllo dei muscoli del mio collo,
resto ferma a fissare la linea sbieca dell' orizzonte,
non girarti, non farlo, non troverai nessuno ai tuoi fianchi,
figurarsi dietro di te, non girarti, non è giusto, stringi i pugni e
continua a camminare, avanti, avanti, sempre avanti anche quando le
ginocchia si sbucciano tra i rovi della notte e lo stomaco si rifiuta
di accogliere cibo, sempre avanti, avanti, portati dietro come il più
grande tesoro che hai la tua capacità di amare, quella e solo quella
ti resta, quella e per quella vivi, lei è il tuo vessillo, il senso,
semina amore, semina amore, e raccogline pure tempesta, ma semina,
semina amore finché te ne resta in corpo.
...Ma il mio sogno si nutre col niente,
eppure quel che sogno non è nulla di diverso dal calore di una casa
modesta, dove posso ritrovarmi a sera con chi sente per me affetto e
vuole stare accanto.
Non so in che mondo sono finita, in
quale universo sono capitata, per caso, per puro incidente, ma sono
ventidue anni che tutto questo non mi piace affatto.
lunedì 9 dicembre 2013
09/12/13
"Come geloso, io soffro quattro volte: perché sono geloso, perché mi rimprovero di esserlo, perché temo che la mia gelosia finisca col ferire l'altro, perché mi lascio soggiogare da una banalità: soffro di essere escluso, di essere aggressivo, di essere pazzo e di essere come tutti gli altri."
▪ Roland Barthes, Frammenti di un discorso amoroso.
Oggi vorrei poter dire, questo è il giorno della mia resurrezione, e per resurrezione intendo una specie di elevarsi al di sopra del resto, come scrollarsi di dosso lo strato di polvere consistente che abbiamo accumulato su di noi, colpevoli di non aver saputo fare pulizia da prima, e con queste vesti superiori vorrei poterti dire, si riparte da qui, senza che prima ci sia stato mai nulla, una vasta distesa di bianco che puo' essere un' alba, un tramonto, o una nebbia assoluta e perenne che non cela niente dietro di sé. Vorrei che fosse possibile perché di certo tutti i nostri giorni meritano la purezza che ci hanno sottratto troppo in fretta, avevamo tra le mani un frutto così maturo e sano e ce lo hanno portato via, tra le dita sono rimaste gocce di succo che poi è andato a male, e a sfamarci non è rimasto niente, se non spine di rose mai sbocciate, che rose poi neanche erano, ma foglie morte travestite da fiori. Invece non posso, non puoi, ci guardiamo rassegnati, stanchi, colpevoli, e senza soffrire ancora ce lo diciamo, non posso, non puoi, io sono questo, tu sei questa qui, e di miserie e di errori e di bruttezze ne abbiamo pur fatte e ancora di più subite, e ce le portiamo addosso come una crosta impossibile da rimuovere, sfrega pure quanto ti pare, niente di quello che è il nostro passato andrà mai via, e ci sono ore come queste, dove tutto sembra soffrire con noi, in cui uno specchio qualunque mi restituisce un' immagine insana, dove questa eredità di disaffezioni e di tormenti punge e pesa; punte di spillo e macigni insostenibili mi spezzano tutti i respiri, e l' ondeggiare del sogno nel reale rende la notte e la veglia insopportabili. Di tutte le porte che ti ho spalancato, questa proprio non si apre più, ed è un bene che non lo faccia, non cercare di entrarvi, amore mio, resta sempre sulla soglia, ti sussurro, dunque ti spingo via e ti tiro per un braccio, e nella corsa affannosa verso il più prossimo futuro mi imbatto nei tuoi demoni, stavolta, dopo essere riuscito a sottrarti ai miei, ma sono solo voci di fantasma, che svelano nuove menzogne, incredibili tradimenti, lacrime incandescenti, e allora corriamo ancora, contro la tempesta, come sarebbe bella una pagina nuova di un libro altro, ma nel grande vocabolario del mondo la parola della quale ci spetta scrivere il lemma è una soltanto, e sta in mezzo al rumore indistinto del chiacchiericcio inutile di ciò che si è stati.
L' inverno è la nostra
stanchezza, lontane le nostre terre irraggiungibili e amate ci
osservano mutare, ogni ora ci guardano soccombere, e ci sovrastano:
come fossimo sulla sommità del nostro monte sterminatore in basso
contempliamo religiosamente le città fumanti dopo l' incendio
universale; fotografie, versi, gesti ridicoli, ossessioni, manie,
tentativi, ridicolezze, pochezze, umiliazioni, coltelli tesi che
amavamo conficcarci da soli nel ventre (e di cui restano i segni
ancora sui palmi delle mie mani, perché mi accorgo oggi più di ieri di quanto il mio ventre sia troppo magro, troppo malato, per poter contenere cose, per poter sedurre, per poter essere vivo, e apprezzo che muoia, e io con lui, adesso, per sempre, forse), tutto brucia e il fumo che si leva dalle macerie informi
arriva alle nostre narici col nome di giovinezza, e sul confine di
questi anni io scivolo, e non vorrei mai tornarvi, oggi sono come
qualcuno che viaggia dentro un vagone antico, e si vede divorare gli
occhi da un paesaggio vuoto disegnato sul vetro del finestrino, sono
quindi in treno, e ho al mio fianco tutte le valigie necessarie, e
molti libri, e poca ma buona musica, qualche amuleto e parecchia
folle speranza.
Se sto tornando a casa o sto
fuggendo, questo non saprei dirtelo, ma se chiudo gli occhi mi vedo
ancora indagare, scavare, aprire, voglio soltanto farmi male, o
voglio entrarti fin nelle ossa, neanche questo so dirtelo, se vivo
questa esistenza con il cipiglio di chi ha la cieca determinazione di
spingersi oltre quel che tutti chiamano verità, o se tento di
morirti tra le braccia, mistero occulto di questo mio inconscio
ballerino, però stasera avrò fatto un altro po' di strada, questo è
certo, mi sarò separata ancora di qualche altro passo da me stessa e
quindi sarò già più vicina a me, a te, e il sonno arriverà,
questa volta ne sono certa, e sarà un vagheggiare dolcissimo di
dormirti accanto, sarà puntare il piede nella terra nera, e dire da
qui non mi muovo se non vieni con me o resteremo qui per sempre,
esposti al freddo selvaggio, sarà lavorare una vita intera per
dimostrarti in un minuto soltanto quanto sia necessario e doveroso
premere le mani sul pavimento per dare forza al tuo corpo di
rialzarsi, e di rimettersi in cammino, è proprio e soltanto il fatto
che non si arrivi da nessuna parte a doverci dare le energie adatte
alla strada, il punto visibile in fondo è l' abisso, e puoi
chiamarlo morte, e puoi chiamarlo amore, perché ognuno sceglie se
morire o se amare, e non esistono terze vie, interpretazioni altre, nessuna sintesi tra tesi e antitesi,
ognuno sceglie se morire o se amare, ed è esattamente a quella
stazione che ci fermeremo, non ad una dopo, né a qualcuna prima: è
precisamente a te che tendo, che miro, che lascio il tendine, che
scocco, che arrivo, che vieni, se lo vuoi, se lo voglio.
lunedì 28 ottobre 2013
Patior.
È la pazienza
che mi manca, il patire. È la pazienza di invecchiare, la pazienza
di avere pazienza, che significa poi soffrire, ed è strada univoca
verso la verità, per chi la ama, poiché chi vuol bene alla verità
sempre e per sempre è disposto a soffrire, ogni giorno soffre con
dolore, con pazienza, chiudendo gli occhi, e attendendo quella
carezza di madre e di amante che arriverà, prima o poi, da un luogo
che neanche sapevamo dove fosse, ma nel frattempo, e anche dopo,
nello spazio tra una dolcezza reale e l' altra, che sembra infinito
eppure necessario per tendere bene l' arco del piacere e far sì che
scocchi una freccia sola, decisa, dritta al cuore proteso, bisogna
comunque avere pazienza, e usare il tempo della mancanza per
coltivare ancora altra pazienza, che non è mai abbastanza, e farsi
bastare un pasto caldo e frugale, in una sera d' autunno.
Guardare,
bisogna guardare e vedere e non vedere, allo stesso tempo, e sapere,
e voler non sapere, come la storia si dispiega e si rivela a noi
lungo i corrimani delle case agguantate dal vento d' ottobre lungo la
strada stretta che porta al mare. I mattoni delle loro mura sono
mattoni eppure non lo sono, il gioco della rivelazione degli opposti
ci mostra una realtà da toccare e da sentire, dura se ci battiamo la
testa, eppure ce ne lascia intendere anche e sempre un' altra,
intangibile, non ricreabile attraverso gli strumenti di cui disponiamo,
e che tuttavia esiste ed è come una domanda oracolare (e non una
risposta, che non c'è, quasi mai, almeno) sulla natura del bene e
del male. E con le nostre braccia frughiamo tra le cose alla ricerca
disperata di una norma, ma vedi, la pazienza è l' approdo, non il
porto sicuro: lì è dove sarebbe il bene che ti chiedi, che mi
chiedo. Vedo il pontile, le barche arenate come cadaveri profanati
sulla riva, una luce lontana che ci isola dall' universo altro
ricordandoci le tenebre in cui siamo immersi; e questo è il porto
sicuro, questo il bene, non il mare di petrolio leggero che veste la
terra, non il cielo privo stasera di stelle, non l' arbusto che copre
il segreto, ma queste tue braccia che cingono alle mie spalle quel
che resta immacolato del mio corpo: un fianco, qualche costola, il
pallido riflesso rovesciato dei nostri volti che mi incontra sullo
specchio dell' acqua immobile.
Pazienza,
bisogna avere pazienza, e ascoltare in silenzio la voce del sogno: ci
parla di timori e di morte, e ci tremano in bocca le labbra, di brevi
sospiri intrecciate. Dov'è la paura è lì che siamo, tra i granelli
di sabbia che sono miliardi di corpuscoli di niente, ma siamo anche
dove ci pareva che dovesse suonare quella sirena sull' orizzonte che
la nave copre, e dove speravamo che quell' ancora venisse slegata, e
lasciata conficcare al suolo, al largo delle nostre speranze, dopo
aver a lungo navigato errando e pure annegato, senza fine e senza
meta alcuna, prima di adesso. Perché il mondo degli eroi non ci
appartiene, e giro il viso dalla parte opposta al suo simulacro:
lascio che brillino le luci divine in un ipotetico aldilà di cui non
voglio occuparmi, e oggi mi faccio uomo, e sono umana , così come tu
lo sei, senza provarne vergogna alcuna; tra le tue parole leggo una
forma che mi conforta, un' accettazione placida e saggia della
miseria, e una confidenza della carne che passa, imperfetta e
preziosa, perché tanto mortale da dover schivare anche il più lieve
soffio di vento. Tutta la sera ci piomba sul capo e senza anelare
all' eterno sediamo stanchi dietro le nostre finestre; è trascorsa
un' altra giornata, ed è una spossatezza che quasi ci coccola; è
schiaffo e carezza, è crepuscolo che si piega a nuova aurora, ed io
non so mai stata così felice di non essere beata come un dio.
Anticipa la pioggia uno scarto dei sensi, e nell' incertezza dell'
accordo muto il mio spirito pensoso si fa d' un tratto desiderio, ed
irrompe impetuoso portandosi via tutti gli argini mai costruiti del
mio orgoglio: smodato e ancestrale il richiamo violento della luna
piena mi riporta ad un lido soltanto, e spariscono le nubi dei
tormenti indifferenti, e tutto è niente e siamo così di nuovo
meravigliosamente soli nella notte, privi di linguaggio, privi di
ragione; si cercano le viscere nostre e ci fanno animali nella
speculare immagine di una corsa affannosa verso l' Ignoto, senza l'
ingombro polveroso del passato e senza l' alito penoso del futuro,
senza occhi e senza freno, solo di mani, solo di mani siamo fatti, e
di miele che scorre, e di pazienza che nutre le voglie della vita.
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