Vettriano

Vettriano

domenica 13 luglio 2014

A Modì.

Ieri ho dimenticato di farti gli auguri di buon compleanno. Qual è il giorno in cui ci siamo dimenticati quali sono le potenzialità dell’ essere umani, scegliendo di essere solo e soltanto animali, ammassi di carne in preda ai nostri più beceri istinti volgari? Non lo so. Ma l' incongruenza dell' esistere continua a sopravvivere, e ad essere evidente a qualcuno, nonostante tutto il mondo continui a dire che è normale. Ed io mi nutro della sua rappresentazione, che trova uno dei suoi momenti più alti e poetici nel modo che avevi di ficcare il vuoto nelle orbite dei tuoi soggetti. Quando si è artisti davvero, come lo eri tu, non si è perfetti, né integri, né coerenti: l' artista non è nessuna di queste tre cose, tuttavia sente. Sente la voce delle sirene, percepisce la verità, nonostante possa soltanto sfiorarla. E il contatto col vero provoca delle escoriazioni inguaribili nell’ anima. Dalla pelle che si sfalda stillano gocce di sangue, sperma e lacrime, per parafrasare Pavese. E’ con questi tre elementi che hai sempre dipinto, che hai sempre lasciato al mondo un messaggio di perfetta disarmonia. L’ artista sente, e ama. Non è l’ amore falsamente equilibrato, formalmente integerrimo, ipocritamente sempre cortese che tutti credono sia la formula dell’ eternità: è l’ amore sparato in faccia, gridato, desiderato, rinnegato, incarnato, possessivo, folle, pittoresco, patetico, ma profondamente, inequivocabilmente, indubbiamente autentico, per la sua Jeanne. Con tutto ciò che ne seguì.



"Questa notte e altre notti
verranno anche se
non sentiremo ancora cantar
ascolteremo la pioggia
bagnarci i colori
e mischiare i miei pensieri nei tuoi."

domenica 19 gennaio 2014

19/01

"La vita è il trauma della consapevolezza: quando questa consapevolezza arriva tutta insieme all' improvviso e sei costretto a passare da uno stato di inerte beatitudine ad uno di sconfinata inquietudine nel giro di pochi secondi di un giorno qualunque, ti si apre dentro una frattura; è come una scossa violenta e decisa, è come una rivelazione, è essere illuminati dalla verità quando si è vissuti di sole tenebre, e divenirne ciechi allo stesso tempo, io vedo la verità e dunque non vedo più, e per tornare a vedere non si può di certo dimenticare la verità, si può solo imparare a camminare nel buio, e non temerne l' assenza di confini."


giovedì 19 dicembre 2013

Dell' Assenza e della Presenza.

E dunque nulla, ho pubblicato questa raccolta di poesie online, dal titolo "Dell' assenza e della presenza".
Qui, sul blog della casa editrice Matisklo troverete un articolo introduttivo:

http://matiskloedizioni.wordpress.com/2013/12/19/in-libreria-dellassenza-e-della-presenza-di-eleonora-rimolo/

E qui, sul sito della casa editrice Matisklo, il libro e la sua anteprima gratuita.
Ricordo che il libro è disponibile anche presso tutti gli store online (quali Amazon, Ibs, etc.)

http://www.matiskloedizioni.com/dellassenzaedellapresenza/index.html

Au Revoir.

martedì 17 dicembre 2013

il Nulla

L' impossibilità (o l'estrema difficoltà della sua realizzazione) insita nella parola 'utopia' avrebbe dovuto metterci in guardia dalle nostre illusioni. Tuttavia esiste un' età della vita nella quale pare sia passaggio obbligato sognare, credere, aspirare, tendere: l' età dello Streben non dura per sempre, a mio parere, ma solamente una manciata di anni, una decina, una quindicina nei sognatori più accaniti. Poi la vita risponde, a muso duro, e ti prende per la testa e ti porta dritto verso il muro più incrollabile, dove ti spacchi la fronte, una, due volte, finché le utopie si dissolvono, si disintegrano, e diventano schegge pericolosissime, che nel peggiore dei casi si conficcano nel cervello e ti pungono i pensieri per tutto il resto della vita.

Noi siamo sul confine di questa disillusione che chiamano passaggio all' età adulta, e ce ne restiamo sulla soglia, senza entrarvi, perché per fortuna non sembriamo esserne obbligati più come un tempo dalle norme e dalle scadenze che l' uomo aveva creato per autoregolarsi in modo artificiale.

Noi siamo nel ciclone delle delusioni, noi siamo entrati nel mondo reale, dove ogni cosa non può essere come la pensiamo, perché non siamo capaci in quanto essere imperfetti di creare il migliore dei mondi possibili, ma tutto al più ci è concesso vivere nel mondo che ci tocca.

E allora che fare, se le nostre fantasie, le nostre aspirazioni, cozzano contro una realtà che non sembra affatto rispondere ad esse? Non possiamo cogliere la verità assoluta dal momento che non esistono le strade migliori e quelle peggiori: non è come credevamo da bambini, non esistono poi confini così netti tra il bene e il male ed il giusto e il sbagliato; molte volte il fascino dell' oltre limite ci cattura, ci intrappola, e poi però ci frega, lasciandoci soli con le nostre mille domande alle quali mai saremo in grado di rispondere, perché la collettività non è un insieme di immagini singole uguali a se stesse che formano la medesima unica immagine ingigantita, la collettività è l' effetto ottico di un insieme molteplice e tremendamente, atrocemente individuale e soggettivo. E una volta che questo viene appurato, una volta che si sfalda la prospettiva comoda del “tanto questo è sbagliato e questo no, quindi questo devo farlo e quest' altro no”, restiamo noi soli e lo specchio del nostro Io, al quale cominciamo, impauriti, a chiedere: cos'è che vuoi? Cos'è che per te val la pena? Cosa per te è il bene e cosa è il male?

Ma chi è che risponde davvero? Un riflesso, un' ombra di noi stessi, imbevuta delle regole che, pur zoppicanti, ancora reggono le redini dell' ordine sociale e collettivo, o un essere pensante autonomo, spoglio da ogni pregiudizio e decontestualizzato dal circostante? E quale delle due voci sarebbe meglio ascoltare, e perché l' una dovrebbe essere meno attendibile dell' altra? In base, a loro volta, di quale giudizio morale? E ponendoci interrogativi del genere potremmo risalire all' infinito, eppure prima o poi ci troveremmo sulla punta estrema (che affaccia sull' abisso) di tutti i nostri dubbi e le nostre incertezze, ossia sull' impossibile determinazione del senso dell' esistenza umana e del suo creatore.

La serenità va dunque scelta, in quanto va scelta una strada da imboccare, per gradiente, per comodità, per qualunque motivo, mentre la rabbia è istinto, e in quanto tale la sua incontrollabilità ci sembra forza, ci sembra autorevolezza, ma è solo viltà, è solo abbandonarsi alla superficie increspata delle onde che si muovono a causa della brezza e non per loro consapevole scelta.

E allora d' improvviso, anche se hai poco più di vent' anni, ti coglie quella sensazione di stanchezza, di mollezza, di rassegnazione profonda, e quasi ti senti vecchio, più vecchio del mondo, perché hai sentito, tutto insieme, in una notte sola, il peso dell' insensatezza dell' universo, e ora sei così sazio di nulla e di incerto che ti viene solamente voglia di restare immobile e di guardare Dio mentre monta e smonta i giorni quasi fossero un gioco per bambini. E allora ti affacci al balcone, che è il diretto prolungamento di una casa dove fingiamo di essere al sicuro, che è il ponte che unisce il 'di fuori' con il 'di dentro', ma del 'di fuori' ti restituisce solamente una facciata d' insieme, che puoi guardare standotene in alto, lontano, senza parteciparvi in modo diretto. E respiri l' aria della sera, e bevi il tè caldo, e io passo dalla cucina e ti vedo; sei contorno di una figura che occupa esattamente il posto che dovrebbe, come in una fotografia perfettamente calibrata nei colori e nelle prospettive, come un dipinto surrealista e realista allo stesso tempo, anacronistico così come ti senti dentro, ed esco fuori anche io, e ti cingo le spalle, da dietro, e provo a stringerti per saperti vivo, per sentire il calore del tuo corpo, il tuo sangue sottopelle che fa ancora il suo dovere, e m' immergo nella tua apnea, e ti sussurro che c'è tempo, c'è ancora tempo, ma quanto più c'è tempo tanto più è tardi, la vita è un gioco del rovescio, è un patto segreto degli opposti che si beffano di noi, sempre, fino alla fine, fino a quando poi ci viene alla bocca assieme all' ultimo respiro una verità incontrovertibile, e cioè che l' amore è il solo contrario della morte.

Custodiscila, la tua diversità, coccola le tue nevrosi, educale come i tuoi figli prediletti, e non raccontarti bugie, mai, perché la differenza è l' unico bene che ci resta, perché il bene e il male che ci affliggono, che ci assalgono, che sembrano provenire da un demone esterno oscuro e che invece crescono, si nutrono e maturano solo in noi, fanno di noi quello che siamo, ed è proprio in quello che siamo che esiste la scelta, che esiste il soggetto, che l' Io si dipana, si dispiega, ci suggerisce quello di cui ha piacere e quello di cui ha orrore: loro sono la nostra prima verità.
Il tribunale astratto della coscienza non è altro che un teatro di partecipazioni all' etica di gruppo travestito male, poiché se per coscienza intendiamo il senso di inadeguatezza provato nell' andare contro la corrente della massa, allora no, non dobbiamo essere schiavi della nostra coscienza, non dobbiamo essere schiavi di nulla, neanche di noi stessi e della nostra stessa inattività. Perché sotto le spoglie del nostro voler restare immobili per un giorno o per sempre, si nasconde ben altro che una libera scelta arbitrale, catene molto più pesanti del senso comune ci tengono legati nelle prigioni dell' anima, e sono paure delle conseguenze delle nostre scelte, e sono timori di riuscire male, di sapersi star male, star peggio, e sono fantasmi che assillano la mente e le impediscono il sonno; ma l' alba ci insegna che ogni notte si esaurisce nel giro di poche ore, così come lo stesso giorno, d'altra parte, lascia subito spazio ad una nuova notte, e nell' alternarsi incessante delle quotidianità sta la chiave di tutto il castello al quale non crediamo di avere accesso, poiché ogni azione (e anche ogni inazione, a suo modo, perché non si annullano gli opposti neanche nell' immobilità) provoca reazioni a tratti positive, che paiono darci ragione, rafforzare le nostre tesi, renderci autorevoli agli occhi del 'di fuori', a tratti profondamente negative, che ci mettono di fronte ad una evidente inadeguatezza dello stare al mondo, poiché siamo tutti adeguati e tutti inadeguati allo stesso modo, poiché siamo tutti vivi per caso e moriremo tutti per caso, perché tutti siamo felici in un solo momento e soffriamo da cani il giorno dopo, o il giorno stesso, e ogni tentativo sciocco di tenere fermo il pendolo solamente da un lato ci porterà via tutte le poche forze che abbiamo in corpo.

Bisogna tuttavia sapersi fermare, perché è necessario anche questo: quelli che condannano l' immobilità fanno del qualunquismo e non sono connessi con la realtà atroce delle cose. Bisogna sapersi fermare, attendere, ingannare il tempo, sentirselo scorrere addosso come acqua fredda (ma non troppo). Perché la serenità passa attraverso l'inazione: sedersi senza avere l' affanno di fare cose che non rispondono alla nostra più intima volontà (ma alla volontà e al piacere altrui), senza dovercisi sentire responsabili se non si sceglie di esserlo. È nel silenzio più assoluto e più rombante del cielo notturno che emergeranno dal fondale sabbioso le prime stelle. È potendo ascoltarci, è potendo godere di un abbraccio tacendo, è nella scintilla della completezza di un momento nel quale sentiamo di non aver bisogno di nient' altro, è lì il germe della nostra felicità, è lì il feto del nostro Io, perché è lì che siamo noi, è dove noi siamo che siamo felici, è dove ci ritroveremo, a sera, dopo una giornata di chiasso e di gente inutile, nel calore della nostra dimora, che potremo essere sereni, lì è dove Io e mondo coincidono, dove soggetto e oggetto si ricostituiscono, si rianimano, tornano a stringere patti sinceri alla luce del sole, e pian piano ci escono dagli occhi, dalle labbra, dalle mani, per costruire, per lasciare tracce effimere (ma testimoni del nostro aver vissuto davvero) nel giorno che fugge del nostro passaggio inevitabile su questa terra.

domenica 15 dicembre 2013

14/12/13

La luna la vedo come se stessi piangendo, ma non sono le lacrime che non ho più a renderla così opaca, è solo il velo di umidità che condanna questa città alla sfumatura eterna.

La panchina della mia infanzia rubata mi restituisce brividi di ferro lungo la schiena, e mi viene da pensare che l' immutabilità stia sul fondo di tutte le progressioni.

Perché dopo vent' anni confondo ancora gli uteri e le mani, e se faccio male alle mie vorrei ferire quelle sue, e se cerco rifugio è perché mi sento ancora feto e già madre, e non so dove fuggire, perché di elemosina non ne chiedo più al cielo, agli altri, che prendono dalle mie tasche solamente quello che serve e poi vanno via sbattendo la porta. Non ho più nulla qui, in questa casa che non mi è mai appartenuta, ogni oggetto della mia stanza è una cosa di qualcun altro, non hanno più storia nemmeno questi libri, catalogati sistematicamente per sentirli miei, per averli dentro di me.

Risento le risate, le grida, i sospiri dei primi baci in questa strada illuminata dall' ipocrisia del Natale, e per quanto un macigno spinga nel mio stomaco chiedendomi di uscire, io non gli concedo più udienza, e mi guardo intorno per cercare il sale che mi manca, io voglio piangere, fatemi piangere, vi prego, vi imploro.

Si avvicina pericolosamente un altro diciotto dicembre, utilizzo tutte le mie forze per guardare soltanto avanti a me, ce l'ho, ho il controllo dei muscoli del mio collo, resto ferma a fissare la linea sbieca dell' orizzonte, non girarti, non farlo, non troverai nessuno ai tuoi fianchi, figurarsi dietro di te, non girarti, non è giusto, stringi i pugni e continua a camminare, avanti, avanti, sempre avanti anche quando le ginocchia si sbucciano tra i rovi della notte e lo stomaco si rifiuta di accogliere cibo, sempre avanti, avanti, portati dietro come il più grande tesoro che hai la tua capacità di amare, quella e solo quella ti resta, quella e per quella vivi, lei è il tuo vessillo, il senso, semina amore, semina amore, e raccogline pure tempesta, ma semina, semina amore finché te ne resta in corpo.

...Ma il mio sogno si nutre col niente, eppure quel che sogno non è nulla di diverso dal calore di una casa modesta, dove posso ritrovarmi a sera con chi sente per me affetto e vuole stare accanto.

Non so in che mondo sono finita, in quale universo sono capitata, per caso, per puro incidente, ma sono ventidue anni che tutto questo non mi piace affatto.

lunedì 9 dicembre 2013

09/12/13

"Come geloso, io soffro quattro volte: perché sono geloso, perché mi rimprovero di esserlo, perché temo che la mia gelosia finisca col ferire l'altro, perché mi lascio soggiogare da una banalità: soffro di essere escluso, di essere aggressivo, di essere pazzo e di essere come tutti gli altri."
▪ Roland Barthes, Frammenti di un discorso amoroso.


Oggi vorrei poter dire, questo è il giorno della mia resurrezione, e per resurrezione intendo una specie di elevarsi al di sopra del resto, come scrollarsi di dosso lo strato di polvere consistente che abbiamo accumulato su di noi, colpevoli di non aver saputo fare pulizia da prima, e con queste vesti superiori vorrei poterti dire, si riparte da qui, senza che prima ci sia stato mai nulla, una vasta distesa di bianco che puo' essere un' alba, un tramonto, o una nebbia assoluta e perenne che non cela niente dietro di sé. Vorrei che fosse possibile perché di certo tutti i nostri giorni meritano la purezza che ci hanno sottratto troppo in fretta, avevamo tra le mani un frutto così maturo e sano e ce lo hanno portato via, tra le dita sono rimaste gocce di succo che poi è andato a male, e a sfamarci non è rimasto niente, se non spine di rose mai sbocciate, che rose poi neanche erano, ma foglie morte travestite da fiori. Invece non posso, non puoi, ci guardiamo rassegnati, stanchi, colpevoli, e senza soffrire ancora ce lo diciamo, non posso, non puoi, io sono questo, tu sei questa qui, e di miserie e di errori e di bruttezze ne abbiamo pur fatte e ancora di più subite, e ce le portiamo addosso come una crosta impossibile da rimuovere, sfrega pure quanto ti pare, niente di quello che è il nostro passato andrà mai via, e ci sono ore come queste, dove tutto sembra soffrire con noi, in cui uno specchio qualunque mi restituisce un' immagine insana, dove questa eredità di disaffezioni e di tormenti punge e pesa; punte di spillo e macigni insostenibili mi spezzano tutti i respiri, e l' ondeggiare del sogno nel reale rende la notte e la veglia insopportabili. Di tutte le porte che ti ho spalancato, questa proprio non si apre più, ed è un bene che non lo faccia, non cercare di entrarvi, amore mio, resta sempre sulla soglia, ti sussurro, dunque ti spingo via e ti tiro per un braccio, e nella corsa affannosa verso il più prossimo futuro mi imbatto nei tuoi demoni, stavolta, dopo essere riuscito a sottrarti ai miei, ma sono solo voci di fantasma, che svelano nuove menzogne, incredibili tradimenti, lacrime incandescenti, e allora corriamo ancora, contro la tempesta, come sarebbe bella una pagina nuova di un libro altro, ma nel grande vocabolario del mondo la parola della quale ci spetta scrivere il lemma è una soltanto, e sta in mezzo al rumore indistinto del chiacchiericcio inutile di ciò che si è stati.

L' inverno è la nostra stanchezza, lontane le nostre terre irraggiungibili e amate ci osservano mutare, ogni ora ci guardano soccombere, e ci sovrastano: come fossimo sulla sommità del nostro monte sterminatore in basso contempliamo religiosamente le città fumanti dopo l' incendio universale; fotografie, versi, gesti ridicoli, ossessioni, manie, tentativi, ridicolezze, pochezze, umiliazioni, coltelli tesi che amavamo conficcarci da soli nel ventre (e di cui restano i segni ancora sui palmi delle mie mani, perché mi accorgo oggi più di ieri di quanto il mio ventre sia troppo magro, troppo malato, per poter contenere cose, per poter sedurre, per poter essere vivo, e apprezzo che muoia, e io con lui, adesso, per sempre, forse), tutto brucia e il fumo che si leva dalle macerie informi arriva alle nostre narici col nome di giovinezza, e sul confine di questi anni io scivolo, e non vorrei mai tornarvi, oggi sono come qualcuno che viaggia dentro un vagone antico, e si vede divorare gli occhi da un paesaggio vuoto disegnato sul vetro del finestrino, sono quindi in treno, e ho al mio fianco tutte le valigie necessarie, e molti libri, e poca ma buona musica, qualche amuleto e parecchia folle speranza.
Se sto tornando a casa o sto fuggendo, questo non saprei dirtelo, ma se chiudo gli occhi mi vedo ancora indagare, scavare, aprire, voglio soltanto farmi male, o voglio entrarti fin nelle ossa, neanche questo so dirtelo, se vivo questa esistenza con il cipiglio di chi ha la cieca determinazione di spingersi oltre quel che tutti chiamano verità, o se tento di morirti tra le braccia, mistero occulto di questo mio inconscio ballerino, però stasera avrò fatto un altro po' di strada, questo è certo, mi sarò separata ancora di qualche altro passo da me stessa e quindi sarò già più vicina a me, a te, e il sonno arriverà, questa volta ne sono certa, e sarà un vagheggiare dolcissimo di dormirti accanto, sarà puntare il piede nella terra nera, e dire da qui non mi muovo se non vieni con me o resteremo qui per sempre, esposti al freddo selvaggio, sarà lavorare una vita intera per dimostrarti in un minuto soltanto quanto sia necessario e doveroso premere le mani sul pavimento per dare forza al tuo corpo di rialzarsi, e di rimettersi in cammino, è proprio e soltanto il fatto che non si arrivi da nessuna parte a doverci dare le energie adatte alla strada, il punto visibile in fondo è l' abisso, e puoi chiamarlo morte, e puoi chiamarlo amore, perché ognuno sceglie se morire o se amare, e non esistono terze vie, interpretazioni altre, nessuna sintesi tra tesi e antitesi, ognuno sceglie se morire o se amare, ed è esattamente a quella stazione che ci fermeremo, non ad una dopo, né a qualcuna prima: è precisamente a te che tendo, che miro, che lascio il tendine, che scocco, che arrivo, che vieni, se lo vuoi, se lo voglio.

lunedì 28 ottobre 2013

Patior.

È la pazienza che mi manca, il patire. È la pazienza di invecchiare, la pazienza di avere pazienza, che significa poi soffrire, ed è strada univoca verso la verità, per chi la ama, poiché chi vuol bene alla verità sempre e per sempre è disposto a soffrire, ogni giorno soffre con dolore, con pazienza, chiudendo gli occhi, e attendendo quella carezza di madre e di amante che arriverà, prima o poi, da un luogo che neanche sapevamo dove fosse, ma nel frattempo, e anche dopo, nello spazio tra una dolcezza reale e l' altra, che sembra infinito eppure necessario per tendere bene l' arco del piacere e far sì che scocchi una freccia sola, decisa, dritta al cuore proteso, bisogna comunque avere pazienza, e usare il tempo della mancanza per coltivare ancora altra pazienza, che non è mai abbastanza, e farsi bastare un pasto caldo e frugale, in una sera d' autunno.
Guardare, bisogna guardare e vedere e non vedere, allo stesso tempo, e sapere, e voler non sapere, come la storia si dispiega e si rivela a noi lungo i corrimani delle case agguantate dal vento d' ottobre lungo la strada stretta che porta al mare. I mattoni delle loro mura sono mattoni eppure non lo sono, il gioco della rivelazione degli opposti ci mostra una realtà da toccare e da sentire, dura se ci battiamo la testa, eppure ce ne lascia intendere anche e sempre un' altra, intangibile, non ricreabile attraverso gli strumenti di cui disponiamo, e che tuttavia esiste ed è come una domanda oracolare (e non una risposta, che non c'è, quasi mai, almeno) sulla natura del bene e del male. E con le nostre braccia frughiamo tra le cose alla ricerca disperata di una norma, ma vedi, la pazienza è l' approdo, non il porto sicuro: lì è dove sarebbe il bene che ti chiedi, che mi chiedo. Vedo il pontile, le barche arenate come cadaveri profanati sulla riva, una luce lontana che ci isola dall' universo altro ricordandoci le tenebre in cui siamo immersi; e questo è il porto sicuro, questo il bene, non il mare di petrolio leggero che veste la terra, non il cielo privo stasera di stelle, non l' arbusto che copre il segreto, ma queste tue braccia che cingono alle mie spalle quel che resta immacolato del mio corpo: un fianco, qualche costola, il pallido riflesso rovesciato dei nostri volti che mi incontra sullo specchio dell' acqua immobile.
Pazienza, bisogna avere pazienza, e ascoltare in silenzio la voce del sogno: ci parla di timori e di morte, e ci tremano in bocca le labbra, di brevi sospiri intrecciate. Dov'è la paura è lì che siamo, tra i granelli di sabbia che sono miliardi di corpuscoli di niente, ma siamo anche dove ci pareva che dovesse suonare quella sirena sull' orizzonte che la nave copre, e dove speravamo che quell' ancora venisse slegata, e lasciata conficcare al suolo, al largo delle nostre speranze, dopo aver a lungo navigato errando e pure annegato, senza fine e senza meta alcuna, prima di adesso. Perché il mondo degli eroi non ci appartiene, e giro il viso dalla parte opposta al suo simulacro: lascio che brillino le luci divine in un ipotetico aldilà di cui non voglio occuparmi, e oggi mi faccio uomo, e sono umana , così come tu lo sei, senza provarne vergogna alcuna; tra le tue parole leggo una forma che mi conforta, un' accettazione placida e saggia della miseria, e una confidenza della carne che passa, imperfetta e preziosa, perché tanto mortale da dover schivare anche il più lieve soffio di vento. Tutta la sera ci piomba sul capo e senza anelare all' eterno sediamo stanchi dietro le nostre finestre; è trascorsa un' altra giornata, ed è una spossatezza che quasi ci coccola; è schiaffo e carezza, è crepuscolo che si piega a nuova aurora, ed io non so mai stata così felice di non essere beata come un dio. Anticipa la pioggia uno scarto dei sensi, e nell' incertezza dell' accordo muto il mio spirito pensoso si fa d' un tratto desiderio, ed irrompe impetuoso portandosi via tutti gli argini mai costruiti del mio orgoglio: smodato e ancestrale il richiamo violento della luna piena mi riporta ad un lido soltanto, e spariscono le nubi dei tormenti indifferenti, e tutto è niente e siamo così di nuovo meravigliosamente soli nella notte, privi di linguaggio, privi di ragione; si cercano le viscere nostre e ci fanno animali nella speculare immagine di una corsa affannosa verso l' Ignoto, senza l' ingombro polveroso del passato e senza l' alito penoso del futuro, senza occhi e senza freno, solo di mani, solo di mani siamo fatti, e di miele che scorre, e di pazienza che nutre le voglie della vita.
 
 

domenica 20 ottobre 2013

Ad maiora.

Il dolore riesce ad essere acuto, pungente, finanche invalidante, paralizzante: come un velo attorno agli occhi ti rende tutte le cose fosche e senza ben definiti contorni. Il dolore spiazza, ci matura dentro mentre creiamo illusioni di felicità, e poi esplode, e dopo il rimbombo un enorme, sconfinato, devastante silenzio, tutt' intorno. Ma non c'è nulla, nulla che possa impedire alla natura di ricrearsi, all' eterno ciclo rigenerativo di compiersi, nulla che mi impedisca di tremare ancora come una foglia, e non per il freddo, nulla che possa frapporsi tra i miei e i suoi occhi, in un momento, in un lampo di una sera, quando il mondo attorno scompare e non resta che il fiato caldo dei corpi, il respiro affannato della carne, ed è per questo che siamo vivi, che bella cosa che è la vita, in fondo, dopotutto, che straordinaria capacità di cicatrizzare, che immenso patrimonio di forza bruta ci troviamo a poter gestire, io voglio, io voglio sentirmi animale, voglio lasciarmi guidare e portare lungo il corso del fiume dell' istinto, ho avuto fiuto e ho trovato una cosa bella, e questa mi ha accolto, ora sono sulla soglia di una casa nuova, che non conosco, che non mi è familiare ma mi colpisce allo stomaco e mi provoca scariche di adrenalina al basso ventre, ed io che stupidamente ero convinta di non poter mai più provare una simile eccitazione solo a sentirmi sfiorare, io che umanamente ho peccato e ho considerato il mio momentaneo disagio come una legge eterna e universale, quante cose non avevo capito, quanta vita mi stavo perdendo. Eppure a volte è giusto fermarsi, è giusto. E' giusto sentirsi la testa piena di orrore, voler fuggire a causa del senso di profonda nausea e di sterminato disagio che ci insegue, è giusto, tutto questo ci fa simili nell' umana sorte, ed io sono felice, così felice, stasera, di far parte di questa umanità fallibile, e tutta la sofferenza che mi ha schiacciata e mi ha provata e mi ha annullata ora mi è cara più di ogni altra cosa, più di tutto sono affezionata alle mie ansie, alle sue ansie, alle mie manie, alle sue manie, più di ogni altra cosa desidero essere viva e vedere il domani, per potermi ancora sentire giovane, e bella, e desiderata; quando ho capito che di fronte a me c'era un nuovo baratro, e al di là di esso una possibile piccola o grande gioia, mi sono detta, ecco, e ora che faccio, se mi fermo qui ci resterò tutta la vita, troppo mi ero legata all' idea di un passato ormai lontano ma per me quasi indissolubile, e dunque che faccio, se non mi fermo, devo saltare, salto, e se stavolta invece di sbucciarmi le ginocchia e spezzarmi un braccio e due denti dovessi morire, cosa accadrebbe, ma non importa, non mi importa niente, sono stata sinceramente cosciente di saltare, ancora, di nuovo, e salterei altre milioni di volte e altre milioni ancora, perché saltare e tentare è quello che ci resta, ma più di tutto, ci resta l' amore, ed è per quello che io provo ancora a saltare, è per quello che studio, curvandomi la schiena, è per quello che lavoro, seccandomi la gola, è per quello che sto sveglia la notte, quando lo spirito si sintonizza sulla giusta frequenza e scrivere mi appare più che un piacere, e infine, oggi, è per quello che sorrido, lievemente, di nascosto, perché le sue mani devono restare un segreto, e nessuno deve accorgersi di quanto sia bello sentirle muoversi per me, è un germoglio di vita che coltivo con estrema delicatezza, non è vero che non ne avevo più di energie, che ero cambiata, che non ero più in grado di voler bene alle cose, a me stessa, alle persone. Questo non dipende da nient' altro che da noi stessi; morirei pur di portare alle estreme conseguenze il mio essere, pur di riuscire a percepire un ultimo pulpito di bellezza e a farlo mio, si è inclini al voler amore, al voler amare, si è predisposti al sensibile, e che bello è conoscersi dentro come Apollo elegante che suona armoniosamente la cetra della ragione ma anche come Dioniso, nella furia ancestrale del desiderio, e ho la pelle tutta scorticata perché pure un alito di vento la fa bruciare intensamente, ma non importa, non c'è modo migliore che io conosca di godere se non passando prima attraverso il dolore, è così ovvio, a me non interessa niente di niente se non questo, fare due passi, sentire l' aria frizzante delle sere d' autunno in città, aspettare il momento buono sul quale fantastichiamo senza dircelo, leggere le poesie che sto studiando all' università, copiarle sull' agenda nuova, sentire il suo profumo dovunque anche se non c'è, accendere una candela, spegnere anche l' ultima delle luci, e sentire che non fa più paura la notte, non così tanto come prima, perché in potenza potrebbe non farci paura mai più, e questa sincera consapevolezza ci carezza, e ci culla, come bambini, e anche se nascono sempre mostri nuovi, questi in rari momenti non ci sembrano poi neanche così feroci, così pericolosi, saremmo pur tentati di fargli spazio, nel nostro letto, per dare loro quel po' di riposo che non concedono a noi, e quindi che vengano pure le tenebre, che venga il panico dei giorni asettici, che venga tutto quello che deve venire, poiché nella melma galoppante che ci viene di contro io so finalmente con certezza dell' esistenza tangibile di materia nobile, preziosa, io so con certezza che esiste, e che sa sorridermi, e che sa soffrire, e sopratutto che sa sentire, e che quindi sa comunicare, senza le parole, sopratutto senza le parole, perché se ho scritto questo fiume di parole è solo per dire che adesso non avrei alcuna voglia di parlare, ma solo di tacere, e dunque taccio, finalmente, senza rimpianti, senza rimorsi, col cuore sfregiato eppure immacolato, simile a quel seno che riconosco a malapena nello specchio, di carne rosa di ragazza ma con un tratto di cadavere, e con la testa pesante, pensante, che macina di nuovo voglie, che non smette di volere, e che non ha mai smesso, davvero, in fondo, di sperare.

domenica 29 settembre 2013

Sulla presunta utilità delle lingue morte.

http://www.pensieroscomodo.org/index.php/attualita/75-sulla-presunta-utilita-delle-lingue-morte

(:

Fatevi un giro, ciao.

ci sono molti modi.


Ci sono molti modi di volere bene, disse, mentre poggiava la testa sul suo petto, questo è un modo, e con le mani raccolse una sua mano, tenendola al caldo, in una rete di dita, e questo è un altro modo, e lo guardò, con aria impassibile, ma feroce. Io voglio bene soprattutto ai tuoi silenzi, perché suonano una musica muta che riesco inspiegabilmente a comprendere. Dalla conoscenza profonda del buio viene la sicurezza presuntuosa di muoversi a tentoni, quante volte ho sbattuto la testa, il braccio, una gamba contro di te, mentre nell’ oscurità ti cercavo, quante volte, neanche lo sai. Ci sono come vedi tutti questi modi, e perché tu tiri fuori il peggio di me, che forse è anche il meglio, le chiese, non lo so, rispose, forse perché la linea di confine tra il bello e il brutto è fin troppo sottile quando non si usano le parole ma si usa il corpo, io so che hai voluto punire qualcuno attraverso di me, e so anche chi, e so anche perché, il tuo è un gioco evidente, ma è bello giocare con te, siamo due infanzie perdute per sempre, e io sono una vittima perfetta, a me quello che hai fatto è piaciuto, ho provato un piacere quasi catartico, spiegati meglio, le disse, perché io non riconosco il mostro che fai emergere, non saprei spiegartelo con altre parole, in fondo non è neanche lecito che io ne parli, per noi hanno parlato il modo in cui mi tenevi ferma per il collo, il modo in cui mi tiravi per i capelli, la forza con cui mi hai posseduta, e non è forse un male, non è forse una sconcezza priva di qualunque merito che io ti abbia usato per tirarmi via la brutalità che sento dentro, è stato come se avessi detto e fatto tutto quello che vorrei dire e fare a lei, forse a mia madre, e forse anche a te, si, anche a te, non credi che debba essere vietata una cosa simile, come può esserci affetto in tutto questo, io non mi riconosco più.

Lei non rispose, ma sorrise, semplicemente, e si strinse al suo petto ancora più forte, come fosse una bambina impaurita al sicuro tra le braccia del suo sconosciuto padre.

Vedi, ci sono cose nella vita che non si possono spiegare, se codifichi tutto diventi un imperdonabile assassino, l’ indecifrabile è sempre in agguato e bisogna lasciarlo scorrere, vedi, ci sono delle convergenze di anime che vanno, vengono, si trasformano, mutano, poi tornano all’ atto originario, così, per ricordarci ogni tanto da dov’è che veniamo, nel caso ce ne dimenticassimo, è nostro dovere che tutto scorra, intatto, puro, nulla di ciò che è istinto è reale, ma neanche menzogna, è un lasciare per un attimo le briglie del pensiero, dove ci siamo invischiati un giorno lontano di tanti anni fa senza volerlo, senza saperlo, io so tutto e niente di te, ho osservato da lontano la tua storia, parlandoti della mia per non creare imbarazzanti silenzi, ma era tutta una grossa farsa, le mie infinite narrazioni erano una cornice fantoccio, nulla di ciò che ti ho descritto è davvero importante quando ti guardo negli occhi, perché è allora che mi ricordo il caos primordiale da cui tutti veniamo e dove tutti torneremo, è come se mi spingessi, nuda, di fronte a uno specchio, ricordandomi nello stesso tempo tutti i miei limiti e tutte le mie dolcezze, e io ho terrore di questa cruda verità animale, e vorrei fuggire, mi divincolo dalla tua stretta, ma pur fuggendo è tardi, perché ciò che avrei dovuto vedere l’ho visto, e mi ha già sconvolto.

E tutto è come agire nel buio, sotto la nostra coscienza vi è uno strato di catrame, dentro quello strato spesso io vado a conficcarmi come una scheggia, mi spiace se ti creo fastidio, una specie di puntura lieve, si scusò lei, non importa, disse lui, proprio niente importa, già, rispose lei, proprio niente, non ho che un nulla in questo ventre, soltanto il freddo e il vuoto che hai lasciato dopo un fuoco rigonfio, perché così è la vita, si perde e si riacquista, amore dalle ceneri di un amore precedente, ciclicità assordanti e noiose, nelle quali veniamo catapultati più o meno consapevolmente, e quando accade qualcosa di inatteso, quando qualcuno ci mescola le carte davanti agli occhi, e noi abbiamo le mani legate, allora scatta il terrore, il terrore della perdita, più che della perdita della persona della perdita del controllo che avevamo su quella persona, una sorta di certezza tiepida che riscaldava quanto basta le notti d’ inverno. Si, è proprio questo sapere tutto ma non poter far nulla per evitarlo, l’ essere trascinati dall’ ovvietà della vita, che mi fa pulsare le tempie, ammise lui, e allora è tutto come dovrebbe essere, rispose lei sorridendo nell’ ombra, ogni volta che ti sei spinto dentro di me stasera hai ricordato a te stesso quanta rabbia inespressa ti brucia lo spirito, in ogni carezza mancata, in ogni bacio che mi hai rifiutato, e così ogni volta che mi hai tenuto la testa, mentre ero indifesa e girata di spalle, io e te non abbiamo fatto altro che parlare, dirci le più atroci verità senza emettere che suoni indistinti e soffocati, e io ti ho ascoltato, eccome se ti ho ascoltato, il tuo battere contro il fondo per tentare una vita di fuga dalla vita, non esiste nessuna via di fuga, il limite ultimo sta in fondo all’ utero, è da lì che siamo venuti tutti fuori ed è fino a lì che tutti possiamo ritornare. Sempre, come l’ onda infranta sulla spiaggia che assorbe, ci dissolviamo sbattendo contro i nostri terrori inconsci, indifesi fantasmi della nostra stessa mente siamo, e siamo anche anime perse, e quando andiamo via da un luogo ci sembra a maggior ragione di esserne prigionieri, è una cosa che non capirò mai, le sussurrò all’ orecchio, forse le radici non sono soltanto diramazioni alternative delle nostre vene, chi può mai saperlo, è ovvio però che non abbiamo colpe, perché tutti siamo immacolati e tutti siamo carnefici spietati, a nostro modo, quello che fa la differenza, già, qualcosa che farà la differenza dovrà pur esserci, e si fermò a pensare, lui lo capì perché lei fece una lunga pausa di senso, e poi riprese a piè sospinto, forse quello che cambia le cose, o almeno sembra che le cambi, almeno per un paio d' ore, sono gli occhi, come ti dicevo prima in altri termini, o meglio quello che nascondono: ci sono veli di pupille che riesco facilmente ad alzare senza nemmeno farmi scoprire, e allora vedo un mondo diverso, e mi ci tuffo, concedendoti una crudeltà, e godendone.

Questo cosa vuol dire, chiese interrogativo lui, non lo so, disse lei, non so nulla di nulla, le parole le pensa qualcos’ altro al posto della mia mente, forse sono gli umori a parlare per me, che ancora mi scorrono tra le gambe, la marea lentamente si ritira dopo la piena del fiume, la mia testa è un uovo svuotato adesso, dalla pancia mi salgono alla gola incastri di sillabe, stai parlando col mio sesso, forse, e non con me, adesso, io non voglio parlare con nessuno, affermò perentorio lui, proprio con nessuno, neanche con me stesso, e non c’è bisogno che tu lo faccia, lo rassicurò lei, perché a me è sufficiente parlare con la tua ombra, e cosa diresti alla mia ombra, chiese, cosa le direi, non lo so, forse esattamente quello che le sto dicendo, conosci te stesso, ama chi ti ha messo al mondo, non creare sempre barriere così spesse tra te e le persone, tra te e le cose, rischi di restare isolato dalla realtà contingente, di guardarla sempre con occhio esterno, troppo esterno, a volte è necessario sporcarsi le mani, di fango, di lacrime, di miele, e a queste parole una lacrima cadde dal soffitto sul suo volto, scivolò dalla guancia di lei sulla spalla di lui, e morì tra le lenzuola umide, cadendovi rovinosamente, così come cadde la notte, d' un colpo, fredda, come uno sparo.