Il presente è un agglomerato di fantasmi passati e di illusioni future, il presente, laddove esiste, per me è questo: un groviglio di cose che sono già state e di cose che forse non saranno mai, viviamo un presente in assenza di noi stessi, un presente irrisolto, involuto, dove ci rifiutiamo di essere i protagonisti del nostro stesso dramma, non abbiamo più la presenza scenica di un tempo, siamo tutti gobbi e stanchi, ombre di quel che eravamo, e non ci conosciamo più, semmai ci fossimo conosciuti, fatti a brandelli dalle fiere di ieri che ci masticano e ci tengono tra i denti. Sentiamo ancora l' odore delle nostre carni in putrefazione, ma chi è che avverte la morte, chi può dire di essere certo di qualcosa, io no, no di certo, questo è il presente, un palcoscenico vuoto senza spettacoli in programmazione.
E' come quella puttana che incontro sempre, da anni, sui treni metropolitani. A metà tra l' assenza e la presenza, tra il trasparente e l' ingombrante, una figura vuota che non potrebbe essere più piena, sta a noi leggere quello che ha da offrire, due righe di dolore e tanta meccanica, i suoi capelli corvini, folti e disordinati, le scarpe sempre troppo alte, la gonna sempre troppo corta. Gli occhi sempre ambivalenti, splendenti e spenti, luci tetre e spettrali che fanno appena appena chiarezza negli angoli delle strade. Lei resta la stessa, io cambio. Lei due anni fa era seduta a tarda sera in quello scompartimento, immobile, seria, sostituita. Io ero in piedi e scoppiavo d' amore: la guardo, la fisso, resto in attesa di lei; non mi arriva nient' altro che tristezza. Dunque questa sensazione fortemente negativa arriva fino all' altezza del mio petto e mi restituisce un contraccolpo feroce: mi manca il respiro, la gioia massima e la massima sofferenza creano una trazione insopportabile. Lacrime calde e cremose mi salgono agli occhi, un conato mi spinge a cercare il cesso, ci entro, faccio per vomitare, non vomito, piango, bevo le mie lacrime, cerco di respirare forte. Parte la commiserazione, e tutta una serie di emozioni incalzanti che tendono al desiderio irrisolto di fare del bene a chi non è felice, per il solo fatto che se lo siamo noi ci pare insopportabile che esista chi non lo è. Tutti hanno un motivo per esserlo, o hanno il dovere morale di cercarne uno. Ti sbagliavi, cara Eleonora di un tempo, tutto è troppo dannatamente malato e lercio per riuscirci a trovare sempre e comunque una ragione lucida e brillante.
Due anni dopo, pochi giorni fa, ho rivisto questa stessa puttana, su un treno che tornava da Pompei, dove ero stata, da sola, senza neanche sapere perché. Succede che vuoi alzarti e vuoi prendere un treno e andare in un posto, senza nessuno che tenti di dissuaderti per mezzo di frasi fatte o cerchi di convincerti che la realtà è meglio di quella che si vede. Anche stavolta, dunque, resto tutto il tempo del breve viaggio a fissarla. Avverto forse uno scoraggiamento ancor maggiore provenire da quel corpo: settecentotrenta giorni e sono comparse delle rughe sul suo viso, all' altezza delle guance, e gli occhi sembrano di un marrone più opaco, come in una fotografia sfocata, d' altra parte le labbra sono più gonfie di rossetto e meno di carne, e il collo è pieno di macchie scure. I vestiti sono volgari quanto basta, ma messi a casaccio; si intravede il reggiseno di un colore inadeguato e c'è un buco nella gonna. I sandali sono pieni di polvere e il tacco sembra mangiucchiato. La borsa, sempre la stessa, nera, grossa, deforme, sembra contenere qualcosa di mostruoso, di viscido. Le mani sono aste di metallo piegate da una forza violenta, c'è anche del nero appena sotto le unghie. Vederla così, oggi, mi fa sentire a posto. Mi fa sentire beatamente indifferente. Sufficientemente desolata. Assolutamente malinconica, ma di una malinconia statica, di quelle che le cose ti scivolano addosso, che fosse sangue sconosciuto, o acqua bollente, la reazione sarebbe la stessa: nessuna. Vedo nei suoi occhi i miei occhi e non mi smuovo: parte un filo di niente e si collega, restiamo in contatto col niente di nulla, è una sensazione di rilassamento totale, un abbandono che sa di trasporto, il baratro che gli anni e le esperienze hanno scavato nell' anima e nel corpo di quella donna è oggi a me più comprensibile e più sopportabile, perché mi sono resa conto della sua inevitabilità. E non è un male, lasciarsi portare dalla corrente, se siamo stati condotti fin qui, è colpa mia, è colpa tua, è colpa della puttana per il suo aver scelto di fare la puttana, beh, questo è infinitamente relativo e evidentemente insignificante. Quello che importa è che ci hanno vuotato un secchio di merda in testa, e noi siamo rimasti impassibili. Non c'è più scontro di forze opposte e feroci, ma semplicemente incontro di non forze. E tutto, sopratutto il dolore, oggi è più dolce e quasi ci fa godere.
La prostituta scende dal treno, in questa stazione squallida di questo nostro squallido paese, ancora più squallido delle nostre espressioni, nell' ombra indecisa della sera, quando hai quasi paura che stia per fare di nuovo giorno anziché calare la notte. E se è vero che nessuno si salva da solo, nessuno si salva neanche in due, e di fronte a questa verità inappetibile il mondo fugge, e si cercano mille ragioni, mille diversivi, mille modi di dire la stessa identica cosa, e cioè che non abbiamo le palle per vivere davvero questa vita così com'è senza aspettarci nulla e senza aver paura di nulla, e cioè che non siamo in grado di imporci i nostri doveri e le nostre responsabilità, che siamo cani sciolti, pronti a scopare per le strade ma vergognosi di amare oltre ogni difficoltà, bestie vili che girano attorno alla propria coda pur sapendo che non è di nessun altro.
La prostituta scende dal treno, e anche io, e mentre lei perde temporaneamente una scarpa, io sbatto con la caviglia contro il gradino del sottopassaggio. Mi guardo scorrere qualche goccia di sangue e continuo a camminare nella sera che arriva, mentre lei mi resta alle spalle, ad allacciarsi il sandalo maldestramente e quasi contro voglia.
Non mi giro indietro.
Per me, il senso della vita, è tornare a casa di sera e trovarci una parte di me, messa al riparo, conservata, lasciata al caldo a riposare. Così, se anche dovessi perdermi nel caos del mondo, saprei che ritrovarmi, a fine giornata, è cosa facile e piacevole. E' autoconservazione, è romanticismo, è astuzia? Non lo so. Ma è il mio codice per leggere il mondo. E non lo cambierò, mai, anche se dovessi morire e dissolvermi prima di aver trovato lo scrigno giusto che possa custodirmi.
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" E' così triste vivere quando si è infelici , non è così , Fernandinho ? Non vale la pena vivere . "
Vettriano
sabato 31 agosto 2013
sabato 24 agosto 2013
I regali di Natale.
"Il
volere precede dunque ogni cosa: infatti le forze della ragione sono
per natura ancelle del volere."
Te
lo sei chiesto un sacco di volte, perché ai tuoi genitori il Natale
non piacesse così come piaceva a te, da bambino. E per quanto
volessi concentrarti sul trovare una spiegazione, in fondo non avevi
tempo, c'erano dei giochi a cui dovevi prestare tutta la tua
attenzione, e non c'era neanche un minuto da perdere.
Già,
un minuto da perdere.
Quanti
minuti perdiamo, adesso che il mondo ci definisce quasi adulti,
sospesi nell' oblio di una condizione senza scampo e senza paura, che
affrontiamo di petto come se volessimo vestirci col vessillo del
nostro coraggio inesistente, che si scontra costantemente con la
pochezza intellettuale dei luoghi e delle situazioni che ci stanno
attorno. E' facile, in altri termini, fissare il vuoto per ore e
fumare l' ennesima sigaretta, non c'è nulla di male nell' inazione,
non c'è nulla di male. Riflettere fa bene, dicono. Dicono che le
gambe poi ti fanno male se cammini troppo. E devi comunque fermarti
per riprendere energie. Dunque, perché sprecarle queste energie? E
in ogni caso, dov'è che sono queste energie? Io non ne ho più. Le
ho consumate tutte per giocare coi regali di Natale.
Ci
stiamo perdendo in un labirinto indistinto di cose da fare, e di cose
da evitare. Come se ci avessero affidato tutti gli errori e tutte le
chiavi delle prigioni mentali, possedimenti antichi delle passate
generazioni, col compito di rimediare a tutto, di riprenderci la
nostra e la loro libertà, a tutti i costi e con tutti i mezzi. E
così strappiamo le nostre costruzioni sentimentali dopo averle
arredate nel più piccolo particolare con un calcio impietoso. Perché
è necessario dar sfogo alla propria istintualità repressa. Represso
è una parola che non piaceva ai nostri genitori, quando avevano la
nostra età. A noi non piace la parola rispetto, ad esempio.
Sacrificio, responsabilità. Esistono universi fatti di negatività
piena, abitati da persone che sono veramente stanche di vestire di
stracci e di elemosinare virtù agli angoli dei cuori altrui.
Rispetto, sacrificio, responsabilità. Trovarsi davanti ad una bestia
immonda che riesce a succhiarti l' anima con un bacio in bocca e
nello stesso tempo a strapparti gli organi con una lama affilata è
diventato una specie di rito iniziatico, attraverso il quale tutti
sembra dobbiamo passare prima o poi. Una sorta di battesimo del
reale, tanto per evitare che qualcuno resti convinto fino alla fine
della bellezza assoluta dell' esistenza e della purezza incontaminata
della natura. Il male è dopotutto una costante da assaporare fino in
fondo, poiché si porta dietro il fascino della morte. E tuttavia
sono secoli che la morte appare più sensuale della vita per poi
rivelarsi soltanto più anestetica.
Il
bambino, dopo essersi annoiato dei suoi stessi giochi tanto bramati,
sbatte e ribatte la testa contro il muro che lo rinchiude all'
interno di una stanza dalle pareti bianche. Finché macchie
indistinte di rosso non cominciano a disegnare strade di sangue da
intraprendere. E allora tu, che sei seduto a fumare fuori al tuo
balcone mediocre, spegni la tua sigaretta, e per non sentire il
terrore che monta da dentro e stringe la gola ti alzi, per squarciare
il velo dell' immobilità afosa, per conquistare un minimo di dignità
agli occhi di te stesso, e te ne torni dentro, per continuare la tua
passeggiata inutile dentro i viali dell' insensato.
Tocchi,
tocchi tutte le cose che vedi, quando sei bambino. E se non le tocchi
non ti si tolgono dalla testa, quelle cose, continuano ad
ossessionare il tuo sonno e la tua veglia, finché poi per
inesorabile natura acquisisci una serie di indispensabili esperienze
secondo le quali dovresti vivere decentemente in nome di un codice
personalissimo. Di quel codice, però, oggi noi non ce ne facciamo
proprio niente. Resta una specie di bel quadro affisso in cameretta,
un paesaggio di pastello da contemplare per evadere dal circostante.
Una teoria. Maledetta pratica. Che ci porta ad esplorare lidi dei
quali non avremmo mai potuto avere conoscenza. Nessuno legge e
interpreta niente alla stessa maniera, se non contestualizza il suo
testo. Badare al contorno è così faticoso che si preferisce
afferrare alla cieca e altrettanto alla cieca possedere tutte le
cose. Perché quello che conta è il momento. L' hic et nunc. Peccato
che sia tutto un hic et nunc. Anche il futuro. Che invece diventa un
losco individuo da evitare, roba da scappare solo a vederlo dal
lontano.
Tutto
il sangue che ho perso dalla testa ha disegnato sulle mie pareti
luoghi che non vedrò mai. Se vengono dalla mia testa, mi dicevo, non
possono che essere reali. Non sono stata io a disegnarli. Qualcuno me
li avrà messi dentro. In attesa che li rivelassi a me stessa. Fosse
stato così semplice. Fossi stata meno convinta.
...
Ed è vero
che il nostro tempo è limitato che siamo di
passaggio che la luce del sole dovrebbe darci un motivo validissimo
per muovere i piedi sulla terra è vero anche che siamo malati però
malati di questa stessa vita che qualcuno gioca a darci e poi a
toglierci a strapparci dalle mani e forse è per immagine e
somiglianza di questo dio crudele che ci facciamo del male godendone
e non siamo più uomini ma siamo maiali e se ci sgozzassero adesso
forse se le mani fossero quelle giuste non ci dispiacerebbe neanche
in fondo durante tutto questo tempo non ho fatto che immaginare una
vita che non avrò mai e tutta quella felicità dov'è che è andata
a finire tutto l' entusiasmo dei regali di natale e tutta la voglia
di dare all' altro quello che avevo e quello che non ho di inventarmi
vesti migliori io non ne ho più mi fanno spostare gli arti tutta una
serie di grovigli curiosi e un forte istinto all' autoconservazione
come siamo attaccati alle cose dopotutto alla vita come siamo
innamorati di tutte le cose che ci devastano siamo veramente malati
di esistere.
Lettera aperta ad una donna che aspetta alla stazione.
La mia vita è spezzata, come una matita nel momento di più bieco furore.
E ora guardo i due pezzi di legno giacere sul tavolo, carichi delle loro schegge, irregolari nella loro forma, con una mina dispersa, polverizzata, che percorre a semicerchio la superficie della scrivania.
Cara ragazza che stavi alla stazione, l' innamorato è sempre quello che aspetta, Barthes insegna. E tu aspettavi, e piangevi, e sono passate due ore. Hai aspettato per due ore qualcuno che non è venuto, e forse continui a farlo, giù, in strada, mentre la notte va, ed io mi ritiro nella mia stanza silenziosa.
Avrei voluto chiederti se avevi bisogno di aiuto, dirti che era bene che piangessi tutte quelle lacrime, perché il dramma reale è di chi le lacrime se le tiene dentro, creando un' inondazione dell' anima, allagando se stesso. Perché piove sempre da qualche parte. Il cielo può essere di un azzurro spiazzante, e il suo sorriso meraviglioso, ma stai certa che sta pur piovendo da qualche parte. E se è proprio dentro a piovere, allora trova un modo per uscirne. Per uscire da te stessa, dico. Vattene via. Salvati, e lascia che il tuo corpo muoia affogato dal suo stesso dolore. E' così che io vedo il mio. Sono uscita da me e mi sono arroccata da qualche parte sulla punta dei miei capelli sopra la mia testa. Da lì a gambe incrociate osservo tutto quello che succede al mio interno nel frattempo: le onde di sale travolgono organi e sbattono forte sul cuore, una risacca scorre tra le costole con un fruscio costante, e gridano disperate le vene sottopelle, poiché il sangue fuoriesce da qualche parte che non so, e diventa di un rosa pallido a contatto col mio pianto.
E lascio compiere a Dio questo ennesimo spreco di bellezza; lascio che la follia uccida l' amore che a sua volta uccide un uomo il quale ha ucciso me. E' tutto splendidamente regolare, tutto codificato nell' indecifrabilità dell' universo stesso, direi quasi prevedibile, perché poi abbiamo sempre questo brutto vizio di credere che ogni cosa orrenda e inaspettata accada a chiunque tranne che a noi stessi, e poi un giorno ti piomba addosso la verità, cruda e nuda come non lo è mai stata, con quel sapore di carne sanguinolenta e con quella brama di penetrarti lo spirito, fino a trapanarlo e a renderlo un pallido riflesso di ciò che era.
Mia cara ragazza che piangi e attendi un segnale, incamminati. La mente riesce a generare degli abomini fin troppo credibili, degli aborti di pensiero, degli escrementi di azione. Tutto questo senza che nulla riesca ad arginare la pioggia, a metter lo zucchero nelle lacrime. Nella profonda saggezza di un Dio che non ci guarda io vedo la banalità degli individui che siamo: riesco a trovare sollievo alle mie sofferenze soltanto pensando in termini universali. Incamminati, dicevo, non restare ferma in questa oscurità violata come un velo nero squarciato dal vento che da' sul nulla: potrebbe essere molto pericoloso restare fermi, potrebbero caderti in testa astri esasperati, e farti del male, perché più grossi, spigolosi e meno luminosi del consueto.
Io ho la testa fasciata, e le mie mani non hanno più le dita. Un tempo suonavo melodie traverse e facevo vibrare archi sconnessi, e per quanto facesse schifo la musica che componevo, era la mia, la mia musica. Il mio codice per leggere le cose dell' esistenza. Qualcuno, poi, nella gola della notte è entrato ed ha trovato i miei spartiti. Per furia e per insensatezza li ha portati via, in un luogo così sinistro che è proibito al pensiero immaginarlo, pena la pazzia. E io li ho persi. Ho perduto la mia casa, dal mio corpo è fuoriuscito tutto il marciume maleodorante che potessi concepire, fango e sputo hanno cementato una prigione di solitudine indicibile. Sono di nuovo, irrimediabilmente me stessa, mi guardo uscire dall' utero degenere di mia madre senza una ragione al mio destino di orfana, perdente e in minoranza dappertutto, sempre.
E ora guardo i due pezzi di legno giacere sul tavolo, carichi delle loro schegge, irregolari nella loro forma, con una mina dispersa, polverizzata, che percorre a semicerchio la superficie della scrivania.
Cara ragazza che stavi alla stazione, l' innamorato è sempre quello che aspetta, Barthes insegna. E tu aspettavi, e piangevi, e sono passate due ore. Hai aspettato per due ore qualcuno che non è venuto, e forse continui a farlo, giù, in strada, mentre la notte va, ed io mi ritiro nella mia stanza silenziosa.
Avrei voluto chiederti se avevi bisogno di aiuto, dirti che era bene che piangessi tutte quelle lacrime, perché il dramma reale è di chi le lacrime se le tiene dentro, creando un' inondazione dell' anima, allagando se stesso. Perché piove sempre da qualche parte. Il cielo può essere di un azzurro spiazzante, e il suo sorriso meraviglioso, ma stai certa che sta pur piovendo da qualche parte. E se è proprio dentro a piovere, allora trova un modo per uscirne. Per uscire da te stessa, dico. Vattene via. Salvati, e lascia che il tuo corpo muoia affogato dal suo stesso dolore. E' così che io vedo il mio. Sono uscita da me e mi sono arroccata da qualche parte sulla punta dei miei capelli sopra la mia testa. Da lì a gambe incrociate osservo tutto quello che succede al mio interno nel frattempo: le onde di sale travolgono organi e sbattono forte sul cuore, una risacca scorre tra le costole con un fruscio costante, e gridano disperate le vene sottopelle, poiché il sangue fuoriesce da qualche parte che non so, e diventa di un rosa pallido a contatto col mio pianto.
E lascio compiere a Dio questo ennesimo spreco di bellezza; lascio che la follia uccida l' amore che a sua volta uccide un uomo il quale ha ucciso me. E' tutto splendidamente regolare, tutto codificato nell' indecifrabilità dell' universo stesso, direi quasi prevedibile, perché poi abbiamo sempre questo brutto vizio di credere che ogni cosa orrenda e inaspettata accada a chiunque tranne che a noi stessi, e poi un giorno ti piomba addosso la verità, cruda e nuda come non lo è mai stata, con quel sapore di carne sanguinolenta e con quella brama di penetrarti lo spirito, fino a trapanarlo e a renderlo un pallido riflesso di ciò che era.
Mia cara ragazza che piangi e attendi un segnale, incamminati. La mente riesce a generare degli abomini fin troppo credibili, degli aborti di pensiero, degli escrementi di azione. Tutto questo senza che nulla riesca ad arginare la pioggia, a metter lo zucchero nelle lacrime. Nella profonda saggezza di un Dio che non ci guarda io vedo la banalità degli individui che siamo: riesco a trovare sollievo alle mie sofferenze soltanto pensando in termini universali. Incamminati, dicevo, non restare ferma in questa oscurità violata come un velo nero squarciato dal vento che da' sul nulla: potrebbe essere molto pericoloso restare fermi, potrebbero caderti in testa astri esasperati, e farti del male, perché più grossi, spigolosi e meno luminosi del consueto.
Io ho la testa fasciata, e le mie mani non hanno più le dita. Un tempo suonavo melodie traverse e facevo vibrare archi sconnessi, e per quanto facesse schifo la musica che componevo, era la mia, la mia musica. Il mio codice per leggere le cose dell' esistenza. Qualcuno, poi, nella gola della notte è entrato ed ha trovato i miei spartiti. Per furia e per insensatezza li ha portati via, in un luogo così sinistro che è proibito al pensiero immaginarlo, pena la pazzia. E io li ho persi. Ho perduto la mia casa, dal mio corpo è fuoriuscito tutto il marciume maleodorante che potessi concepire, fango e sputo hanno cementato una prigione di solitudine indicibile. Sono di nuovo, irrimediabilmente me stessa, mi guardo uscire dall' utero degenere di mia madre senza una ragione al mio destino di orfana, perdente e in minoranza dappertutto, sempre.
sabato 20 luglio 2013
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I disastri maggiori nascono dall' incapacità di gestire una pluralità. In alcuni individui tale pluralità non si presenta, ed è più facile. In altri, invece, l' anima si manifesta così, plurale: vuoi per un' accentuata curiosità, vuoi per un' acutezza intellettuale superiore, vuoi per un fortuito caso. Ebbene, chi nasce con un' anima plurale ha il dovere morale nei confronti di se stesso e del mon...do di educarsi alla corretta gestione del proprio Io, rischiando, altrimenti, di generare un meccanismo corrotto e vorticoso, un pensiero circolare all' interno del quale il soggetto passa da un' idea all' altra senza smettere mai di non-essere; non già come i sofisti, nobili e scaltri possessori del proprio Io e del loro opposto, manipolatori del pensiero, ma come belve irragionevoli ed affamate, condannate a non cibarsi mai di nulla poichè non hanno la capacità nonchè la lucidità di discernere il commestibile dal velenoso, prese come sono dai loro terrori incontrollati, dai loro istinti insaziabili. Chi ha un' anima plurale è condannato alla riflessione, alla meditazione, alla convivenza scomoda con se stesso: solo se dialogherà costantemente con tutte le sue parti in causa, ponendosi tra loro come mediatore e risolutore di dispute, solo se i suoi occhi incontreranno centinaia di righe vergate dai Maestri del pensiero, solo se vivrà in nome dell' umanità dei sentimenti, vivrà una vita dignitosa e soddisfacente. In caso contrario, errerà senza possedere nulla, poichè in primo luogo non possiederà se stesso, e dunque non potrà scegliere neanche di non possedere, poichè non saprà discernere il possesso dal non possesso, l' amore dal sesso, l' abitudine dalla struttura: vagherà tra le terrene sorti disgraziate mentre un inguaribile male lo divora dall' interno. E' questo male è la negazione di se stessi, ed è un male terribile, perchè lo ha generato il caos: e se al caos non subentra il cosmos, allora per l' uomo non v'è alcuna possibilità di vita su questa terra.
E' solo un altro giro di giostra.
Questa sonnolenza è uno stordimento dell' essere che necessita solo di se stessa: un vortice dal quale è difficile uscire, perché intorno a me non c'è nessuno in grado di tirarmi fuori. La mia anima ha bisogno di lunghi silenzi e di giornate di stasi: tuttavia io la sforzo, perché è opinione comune che a fermarsi, in questi casi, c'è il rischio di affezionarsi troppo a certi fantasmi che poi non vanno più via. Ed è per questo che oggi sto scrivendo, per celebrare in qualche modo che ancora non so prevedere la fine del mio primo ciclo di studi universitari, poiché circa quattro giorni fa, (solo quattro giorni fa, e mi sembra che siano passati mesi) in condizioni oserei dire più che pietose, ho dato il mio ultimo esame. Il giorno dell' ultimo esame mi sembrava molto, molto lontano, quando ho cominciato questo percorso esattamente tre anni fa: ero convinta che in tre anni la mia vita sarebbe stata stravolta, cambiata, rovesciata, che io sarei cresciuta e che non sarei stata più la stessa, che centinaia di eventi mi avrebbero travolta costruendo una rinnovata esperienza di vita, ed in effetti così è stato, è così era giusto che fosse, ma mai, mai, neanche nei miei peggiori incubi avrei mai creduto che l' ultimo esame io lo facessi nel modo in cui l' ho fatto e cioè completamente sola, totalmente annientata come donna e come persona, digiuna da quasi una settimana e confusa all' inverosimile sul programma da preparare ed esporre. Eppure, amici e nemici miei, l' ho fatto. Ho fatto l' ultimo esame. L' ho fatto, e mi è anche andata bene. Ho preso un altro trenta. L' ultimo di questa triennale. Tutto si è svolto secondo la regola, senza che l' esito della mia preparazione venisse scalfito dal baratro nero che avevo dentro. Non mi ha divorata, non ce l' ha fatta. In qualche modo che ancora non so io sono stata più forte di lui. Ho stretto il pugno e i denti fino a farmi male. Ho studiato inzuppando il libro di lacrime, e non voglio la compassione di nessuno, perché non ne ho bisogno. Ho lottato contro la verità amara e incontrovertibile che le cose succedono senza meriti e demeriti, perché anzi, quanto più dai amore tanto più sei destinato a diventare cenere: chi sa portarti per mano è possibile che un giorno o l' altro questa sua mano la strappi via dalla tua, che ti dia una spinta, che ti faccia cadere, rotolare sull' asfalto, romperti le ossa, graffiarti il viso e le ginocchia, e che ti guardi mentre succede tutto questo senza colpo ferire, e che poi si giri e se ne vada, senza mai più voltarsi indietro. Succede, è naturale, non siamo esseri perfetti, nè angeli, il peccato e l' errore sono a noi congeniti, e allora tu puoi fare due cose, entrambe dolorosissime e senza una riuscita certa a breve termine: o resti a terra, sul cemento striato del tuo sangue, inerme, con gli occhi chiusi, e ti lasci morire lentamente nell' attesa che passi un camion a tutta velocità, o ti trascini faticosamente sul ciglio della strada e tenti di rimetterti in piedi. Quando ho provato a camminare sulle mie gambe, il primo tentativo è stato più che fallimentare: mi bruciavano gli organi interni e sembrava che mi avessero strappato il primo strato di pelle, tanto che mi faceva male addosso anche solo l' aria che respiravo. Le gambe hanno ceduto non so quante volte, prima di riprendere stabilità: una volta in piedi, ho cercato di accennare a qualche passo. E sono caduta, rovinosamente. Dunque ho tirato un lungo sospiro, e una valanga di pietre e fango mi ha sommersa. Ho preso coscienza all' improvviso di una verità che avrei vilmente preferito ignorare per il resto dei miei giorni: Eleonora, hai fatto una grandissima cazzata. Si, in fondo lo hai sempre saputo che avevi fatto una grandissima cazzata, ma finché si è giovani, e si hanno tutti i capelli in testa, ti senti addosso un coraggio svergognato di investire. Lo hai inflitto, e lo hai subito. Lo hai inflitto, e lo hai subito. E la vita gira e gira e gira sempre uguale per tutti. Ma, la cosa più atroce di tutte, è che se non avessi compiuto questo errore fatale, mai mi sarei accorta di quello che era reale, e davvero importante per me, in fondo. Probabilmente avrei vissuto con degli ingombranti rimpianti, e non sarei maturata, né mi sarei chiarita tutti i miei dubbi interiori. Ne vale la pena, non ne vale? Come ho imparato a mie spese a volte è giusto fare la cosa sbagliata, e non per un eccesso di zelo, né per presunzione, ma soltanto perché in un determinato momento della tua vita ti accorgi che, anche contro ogni logica e ogni sentimento, la cosa che devi fare è quella. Punto. Dove ti porterà solo Dio può saperlo, e se la strada è un vicolo cieco, allora potrai finalmente dire a te stesso: si, avevano ragione nel dire che stavo sbagliando, ma se non avessi sbagliato non lo avrei mai saputo. E questo è. Questo vale più di ogni altra cosa, poiché l' uomo spesso finge di non essere quello che è: un inguaribile egoista. Un pallone gonfiato, un egocentrico, insoddisfatto di ogni cosa. Allora adesso mi direte, o penserete: mi dispiace, oppure, ti sta bene, stronza. Non importa. Non è importante. L' importante è che so chi sono, e so quello che voglio. Se non posso averlo, anche questo, è poco importante. So aspettare, e mi tocca una lunga attesa adesso. A piccoli passi ho raggiunto un posto dove potermi leccare le ferite e medicarle alla bell' e meglio. Ora devo aspettare che tutto cicatrizzi per guardare in faccia la realtà senza rimanerne abbagliata. Ringrazio tutti coloro che mi sono stati vicino, che hanno cercato più o meno invano di farmi capire come stavano le cose, di strapparmi dalla faccia il velo sbiadito dell' errore, dell' irragionevolezza. Ringrazio chi mi ha spinto anche duramente a continuare nello studio, senza lasciare la presa, e chi mi ha invitato a riposare, e a rimandare, poiché nessuno è perfetto, e la fallibilità è umana, e non c'è da vergognarsene. Ringrazio la casualità degli eventi e me stessa per aver portato a termine ugualmente il mio percorso universitario, e per avermi regalato mezz'ora di lucidità, attraverso la quale conquistare ciò che adesso conta più di ogni altra cosa. I 'se' sono così belli da pensare, peccato che non abbiano riscontro reale. Se avessi ignorato me stessa, la mia vorace curiosità. Se fossi stata lungimirante. Se avessi riflettuto ancora e ancora, di più. Se avessi capito la verità senza ferirmi prima a morte, ferendo di riflesso un sacco di altre persone. Se potessi rimediare a tutto questo. Io non lo so, non voglio e non posso vivere di se.Voglio vivere di me. E cercare di dare il meglio, di dare purezza e limpidità di pensiero e di sentimento, senza covare rancori, senza nutrire paure. Senza guardarmi indietro, ma andando sempre avanti. E se sul mio avanti riuscissi col sangue e coi denti a riportare ciò che stupidamente ho lasciato indietro, allora sarei totalmente felice. Ma quello che pure ho imparato è che siamo comunque e sempre devoti soltanto e prima di tutto a noi stessi: l' autodifesa è la prima delle necessità. Io oggi mi spoglio di tutte le difese, perché mi sono fatta così male da non poterne provare più. Sono satura di dolore, e se volete, potete rovesciarmene altro addosso, non importa, non è importante. Quello che è importante è dire la verità, sempre, a se stessi, e poi agli altri. Io la verità finalmente la vedo chiara. E' tardi, è presto, è giusto, è sbagliato? Non lo so. Ma me la sento tutta dentro. Ed è quasi ora che, con discrezione ed educazione, cominci a spuntare un po' fuori. E poi sia quel che sia.
martedì 16 aprile 2013
Un altro giorno è andato.
Rispetto e dedizione sembrano concetti negativi, minoritari, sintomi quasi di inferiorità supposta e di vile sottomissione. Una società che si fonda sulla violenza e sulla prevaricazione non avrebbe potuto generare frutti migliori. Quindi volgo lo sguardo dall' altra parte e lascio carta bianca sul tavolo: scrivetela voi la storia, io ho voglia di riposare.
Mi fa male forte la testa a pensarci, a combatterlo, questo vuoto di senso e di umanità. Questa dialettica del 'soccombi tu o soccombo io, nessun compromesso' sta invadendo fastidiosamente ogni campo della mia esistenza, e contro di essa non posso nulla, e nulla potrei, se non essa stessa, che appunto rifuggo.
Le pagine della letteratura che leggiamo e di cui ci facciamo portavoce sono carta straccia ormai, utili soltanto a confondere le idee, a renderci avulsi da un contesto reale che ha rovesciato in un tempo sconosciuto tutto un sistema di valori e di forze positive un tempo animatrici piacevoli della nostra esistenza. Chi si occupa della loro trasmissione, soltanto i pazzi, gli anziani, quelli che non hanno vissuto davvero, che non conoscono nulla della vita, la vita, la vita, chi lo sa che cosa intendono per vita, quelli che la sottraggono dagli occhi e dalle mani dei poeti.
Ma alla fine, i poeti, sono sempre soli. Lì, tra le loro carte confuse, a pensare, pensare, mentre la vita gli scappa di mano, li supera, e va avanti, si svolge sotto le luci al neon dei locali, dove i ragazzi si accoppiano come conigli, per le strade, dove i vagabondi ebbri infastidiscono i passanti, e poi basta, da nessun altra parte, perché il mondo è soltanto questo, si sta ritirando, l' universo sta già tornando indietro, si è già ristretto, ha già cambiato idea.
Ed io non so rassegnarmi al tempo che va, e nemmeno a questo tempo che è ora; cerco la mia dimensione dovunque ma non in me, e certa di non poterla trovare neanche nell' amore più sincero me ne vado a casa, sconfitta, per l'ennesima volta. Un altro giorno è andato, con le sue scoperte, le sue piccole gioie, i suoi dolori sopportabili.
Mi fa male forte la testa a pensarci, a combatterlo, questo vuoto di senso e di umanità. Questa dialettica del 'soccombi tu o soccombo io, nessun compromesso' sta invadendo fastidiosamente ogni campo della mia esistenza, e contro di essa non posso nulla, e nulla potrei, se non essa stessa, che appunto rifuggo.
Le pagine della letteratura che leggiamo e di cui ci facciamo portavoce sono carta straccia ormai, utili soltanto a confondere le idee, a renderci avulsi da un contesto reale che ha rovesciato in un tempo sconosciuto tutto un sistema di valori e di forze positive un tempo animatrici piacevoli della nostra esistenza. Chi si occupa della loro trasmissione, soltanto i pazzi, gli anziani, quelli che non hanno vissuto davvero, che non conoscono nulla della vita, la vita, la vita, chi lo sa che cosa intendono per vita, quelli che la sottraggono dagli occhi e dalle mani dei poeti.
Ma alla fine, i poeti, sono sempre soli. Lì, tra le loro carte confuse, a pensare, pensare, mentre la vita gli scappa di mano, li supera, e va avanti, si svolge sotto le luci al neon dei locali, dove i ragazzi si accoppiano come conigli, per le strade, dove i vagabondi ebbri infastidiscono i passanti, e poi basta, da nessun altra parte, perché il mondo è soltanto questo, si sta ritirando, l' universo sta già tornando indietro, si è già ristretto, ha già cambiato idea.
Ed io non so rassegnarmi al tempo che va, e nemmeno a questo tempo che è ora; cerco la mia dimensione dovunque ma non in me, e certa di non poterla trovare neanche nell' amore più sincero me ne vado a casa, sconfitta, per l'ennesima volta. Un altro giorno è andato, con le sue scoperte, le sue piccole gioie, i suoi dolori sopportabili.
lunedì 14 gennaio 2013
no.
Erano alcuni giorni che desideravo sedermi alla scrivania e buttare giù due righe, che fossero anche le più banali del mondo, non importava. Ma non ho avuto neanche un secondo a disposizione per rendermi conto di quello che mi accadeva intorno (cioè fondamentalmente niente) poichè subito le ventiquattro ore volgevano al termine e ancora piene di cose ancora da fare. Stasera ho deciso di prendermelo questo briciolo tempo, e basta. Via, ormai è troppo tempo che non scrivo, seriamente o meno, non ha importanza.
Molte considerazioni sulla vita, in questi giorni, abbastanza superflue anche. Esami da preparare, impegni da portare a termine, cose così insomma. Non c'è stato un attimo di tregua, e continuerà a non esserci per il prossimo mese e mezzo. Considerando che mi aspetta di conoscere parte del mio destino, poi. Tra un mese, dico. Ma questa è un' altra storia.
Molte considerazioni sulla vita dicevo, appunto, e altrettante altre sulla morte. Lugubri pensieri prima di prendere sonno, che spesso mi impediscono di prenderlo questo benedetto sonno.
Vibrazioni che arrivano e che come arrivano passano, sempre di fretta. Non si fermano neanche il tempo di guardarle di occhi. E la mia mano ciondola di fianco al mio profilo troppo stanca per tentare di afferrarne qualcuna.
Mi sento in attesa di un perenne niente.
Molte considerazioni sulla vita, in questi giorni, abbastanza superflue anche. Esami da preparare, impegni da portare a termine, cose così insomma. Non c'è stato un attimo di tregua, e continuerà a non esserci per il prossimo mese e mezzo. Considerando che mi aspetta di conoscere parte del mio destino, poi. Tra un mese, dico. Ma questa è un' altra storia.
Molte considerazioni sulla vita dicevo, appunto, e altrettante altre sulla morte. Lugubri pensieri prima di prendere sonno, che spesso mi impediscono di prenderlo questo benedetto sonno.
Vibrazioni che arrivano e che come arrivano passano, sempre di fretta. Non si fermano neanche il tempo di guardarle di occhi. E la mia mano ciondola di fianco al mio profilo troppo stanca per tentare di afferrarne qualcuna.
Mi sento in attesa di un perenne niente.
domenica 9 dicembre 2012
no title.
Tutto quello che succede è inevitabile.
Questo è l' unico modo per sopportare la vita.
A tutti tocca di essere vittima, a tutti di essere carnefice. E' un gioco crudele, ma non possiamo sottrarci.
Non esistono sentimenti rigidi. Il sentimento è flessuoso. Si piega, muta. Continua, si trasfigura. Quanto è duro scorrere.
Questo è l' unico modo per sopportare la vita.
A tutti tocca di essere vittima, a tutti di essere carnefice. E' un gioco crudele, ma non possiamo sottrarci.
Non esistono sentimenti rigidi. Il sentimento è flessuoso. Si piega, muta. Continua, si trasfigura. Quanto è duro scorrere.
mercoledì 14 novembre 2012
.
Sono giorni che cerco di buttare giù due righe per liberarmi dal non-peso che sento nello stomaco. Non ce la faccio. Non ce la faccio. Non voglio essere coraggiosa, non voglio essere paziente, non voglio sentirmi dire dalla gente 'oh quanto sei brava a sopportare, come ti stimo', non voglio usare l'autoironia come strumento di forza e non voglio aspettare. Non me ne frega niente di quanto faccia bene essere dolci e remissivi, io non ci voglio stare, io voglio soffrire, si, io voglio soffrire senza consolazione e senza sconti. Mi sembra patetico cercare conforto negli altri, condividere i miei dolori, riderci sopra e cose del genere. Io ho diritto alla mia vita come tutti gli altri. E se agli altri fa bene sacrificarne metà per poi, forse, goderne in seguito, ebbene a me fa male, malissimo. Non ho intenzione di smettere, sia ben chiaro. Le cose vanno così perchè l'ho scelto e lo sceglierei, in fondo una delle croci mi sarebbe spettata comunque, ora si tratta solo di saperla portare con stile.
Oggi ennesima giornata di stress costante e di andirivieni fisciano-nocera-lavoro-letto-studio. Mi sento così stanca e così assonnata come mai in vita mia. Vorrei liberarmi dal mio corpo e andarmene fluttuando in giro per il mondo sotto la forma di un respiro, di bocca in bocca. Lasciare questa carcassa indolente e indecente sulla sedia della stanza e non doverla rivedere più. Non dovermi più guardare allo specchio nel tentativo di addolcire i tratti del viso, non dovermi più sforzare inutilmente per snellire delle cosce che resteranno così nei secoli dei secoli, e così via.
La smetterei di occuparmi di cose volgari, di soldi, di merci, di voci inconsistenti, di obblighi. Non posso, non posso. E così mi perdo, mi spezzetto, mi lascio indietro, mi dimentico in ogni luogo e in ogni luogo sono sempre presente, ecco perchè mi sembra di esserci già stata, e si perde sempre la magia della prima volta. C'è qualcosa che mi sta uccidendo dall' interno, sento la carne che si lacera, uno svuotarsi progressivo di me da me. La verità è che voglio dormire, voglio dormire per ore e ore e ancora svegliarmi e restare a letto per riaddormentarmi, e ancora dormire, dormire, dormire.
Oggi ennesima giornata di stress costante e di andirivieni fisciano-nocera-lavoro-letto-studio. Mi sento così stanca e così assonnata come mai in vita mia. Vorrei liberarmi dal mio corpo e andarmene fluttuando in giro per il mondo sotto la forma di un respiro, di bocca in bocca. Lasciare questa carcassa indolente e indecente sulla sedia della stanza e non doverla rivedere più. Non dovermi più guardare allo specchio nel tentativo di addolcire i tratti del viso, non dovermi più sforzare inutilmente per snellire delle cosce che resteranno così nei secoli dei secoli, e così via.
La smetterei di occuparmi di cose volgari, di soldi, di merci, di voci inconsistenti, di obblighi. Non posso, non posso. E così mi perdo, mi spezzetto, mi lascio indietro, mi dimentico in ogni luogo e in ogni luogo sono sempre presente, ecco perchè mi sembra di esserci già stata, e si perde sempre la magia della prima volta. C'è qualcosa che mi sta uccidendo dall' interno, sento la carne che si lacera, uno svuotarsi progressivo di me da me. La verità è che voglio dormire, voglio dormire per ore e ore e ancora svegliarmi e restare a letto per riaddormentarmi, e ancora dormire, dormire, dormire.
lunedì 22 ottobre 2012
I modi di dire.
Dunque la tensione, l' attesa, il mal di pancia e il mal di stomaco.
Dunque le notti insonni, i desideri repressi fino al loro dissolvimento, i progetti presi a calci.
E poi, le parole.
Perché in fondo, il mio problema è sempre lo stesso: ascolto quello che mi si dice, e ci credo, nelle parole. Ci credo come se fossero vere e come se volessero dire proprio quello che dicono. Ma non è così. Non è mai così.
E sarà questo per cui morirò. Sarà per la mia ostinazione cieca a voler dar forma alle parole. Io ci riesco, perché il resto del mondo non dovrebbe riuscirci?
'E' solo un modo di dire.'
Cos'è un 'modo'?
Una regola del dire, un sistema, un' usanza della parola.
Un codice che prevede una certa formula per esprimere un pensiero standard.
E' forse per questo che non dovrebbe essere reale? Per il fatto che è solo una formula codificata? Ma non è forse tutto il linguaggio ad essere una formula, un modo, non è la parola stessa, nella sua astratta singolarità, ad essere un 'modo di dire'?
E' forse per questo che tutti abusano di queste maledette parole? Per il fatto che, modo o meno di dire, non è necessario che segua un' azione al loro pronunciarsi? Non ci credono, le persone, nelle parole. Riempiono gli spazi vuoti della loro vita con sequenze casuali di lettere che prendono in giro la loro stessa esistenza su questo pianeta, dal momento che tutto è vano a dirlo, figuriamoci a farlo.
Io sono così stanca. Così stanca di queso abisso profondo che c'è tra il dire e il fare. Ho un ago piegato dal tempo che cerca di ricucire questa distanza, ma non ci riesce mai.
E' questa l' identità che cerco, questa la mia verità. Questo il senso.
Il soggetto e l' oggetto, parola e realtà. Non come due cose distinte che poi si uniscono, o si completano, o si succedono: no. Come la stessa cosa. La parola come realtà poetica. La realtà come silenzio dell' azione.
Ho la Nausea, quella con la N maiuscola.
Dunque le notti insonni, i desideri repressi fino al loro dissolvimento, i progetti presi a calci.
E poi, le parole.
Perché in fondo, il mio problema è sempre lo stesso: ascolto quello che mi si dice, e ci credo, nelle parole. Ci credo come se fossero vere e come se volessero dire proprio quello che dicono. Ma non è così. Non è mai così.
E sarà questo per cui morirò. Sarà per la mia ostinazione cieca a voler dar forma alle parole. Io ci riesco, perché il resto del mondo non dovrebbe riuscirci?
'E' solo un modo di dire.'
Cos'è un 'modo'?
Una regola del dire, un sistema, un' usanza della parola.
Un codice che prevede una certa formula per esprimere un pensiero standard.
E' forse per questo che non dovrebbe essere reale? Per il fatto che è solo una formula codificata? Ma non è forse tutto il linguaggio ad essere una formula, un modo, non è la parola stessa, nella sua astratta singolarità, ad essere un 'modo di dire'?
E' forse per questo che tutti abusano di queste maledette parole? Per il fatto che, modo o meno di dire, non è necessario che segua un' azione al loro pronunciarsi? Non ci credono, le persone, nelle parole. Riempiono gli spazi vuoti della loro vita con sequenze casuali di lettere che prendono in giro la loro stessa esistenza su questo pianeta, dal momento che tutto è vano a dirlo, figuriamoci a farlo.
Io sono così stanca. Così stanca di queso abisso profondo che c'è tra il dire e il fare. Ho un ago piegato dal tempo che cerca di ricucire questa distanza, ma non ci riesce mai.
E' questa l' identità che cerco, questa la mia verità. Questo il senso.
Il soggetto e l' oggetto, parola e realtà. Non come due cose distinte che poi si uniscono, o si completano, o si succedono: no. Come la stessa cosa. La parola come realtà poetica. La realtà come silenzio dell' azione.
Ho la Nausea, quella con la N maiuscola.
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