Siamo rimasti sazi, siamo tronfi, con le nostre certezze incerte, con i nostri progetti mentali spettacolari, tutti questi periodi oscuri che ci tendono la mano e ci portano su un divano, ci facciamo l' amore con le nostre manie e con le nostre ossessioni, ma non siamo per questo in grado di maritarci con loro, restiamo sempre a un palmo di come sarebbe potuta andare, poiché è meglio l' alternativa e l' attesa ad infinitum che la decisione, meglio una tromba che suona a morte, che posticipa un arrivo, che una corsa senza fiato imboccando una strada, però poi il problema è che restiamo immobili in noi stessi, e non ci muoviamo più dalle nostre stanze: tutti, tutti quanti siamo sempre nello stesso luogo, in un tempo che è sempre lo stesso giorno, sempre la stessa ora; non ha importanza che il nostro braccio penzoli inerme o che cinga le spalle di qualche sconosciuto, siamo perfettamente soli alla stessa maniera, non capite che potete penetrare tutti i corpi dell' universo, e ricevere tutti i figli perduti del mondo nel vostro ventre, ma non accadrà mai niente se il cuore resta scollegato, se qualche filo ha interrotto la sua comunicazione con l' esterno, siete gelidi, frigidi, perduti e confusi, vi hanno tirato via senza che voi abbiate opposto resistenza dalla verità e dalla gioia più pura, e siete stati portati in un bordello pieno di miasmi, dove le voci si sovrappongono ai gemiti, e i rigurgiti si sovrappongono alle grida, ed io guardo tutta questa barocca esposizione di carni cercando le menti che non avete più. E sono triste, perché non ritorna stasera, l' infanzia di un sentimento celeste un po' sporco di vizio che desidero è compattato in quest' ultima lacrima che voglio spendere, prosciugarsi per il nulla diventando niente non deve più essere la mia priorità da oggi in poi.
E mi guardate tutti con quell' aria compassionevole, tutti a pensare che tanto sarebbe finita male, per una come me, prima o poi. In qualche modo che non so ci siamo tutti convinti che niente vale la pena, per nessuno, non è pensabile avere ancora delle energie da spendere per coltivare un rapporto affettivo sincero, gratuito, stiamo bene da soli, cani che siamo, con le nostre velleità artistiche mediocri e i nostri ragionamenti cervellotici e vanesi.
E stiamo tutti bene nella nostra sporcizia, nella nostra putrida ipocrisia, stiamo tutti bene quando si tratta di tornare agli uteri e di generare temporaneamente ibridi di uomini, ma poi è importante, anzi no, fondamentale, che ognuno se ne torni a casa propria, senza dire una parola, senza neanche osare avvicinarsi all' altro, tempia contro tempia, mano contro mano, spalla contro spalla. È una mescolanza che non piace, è una responsabilità, è una scelta, è una maledetta, tremenda scelta. Che non porta mai al risultato sperato, perché ci hanno cresciuto con la convinzione che quel che ci fa stare bene deve essere soltanto bene, e non bisogna far altro che fuggire dal male, qualunque esso sia. Solo che non ci hanno avvertito di un fatto importante, e cioè che il male ci insegue dappertutto, si annida in ogni cosa, il male è dentro di noi tanto quanto il bene, e ci segue nelle decisioni, nelle cose, ci aggancia e non ci lascia più, è sempre pronto a ricordarci quanto siamo poco riconoscenti alla vita, ed è un bene che da questo gioco di opposti poi nasca qualcos' altro, quel che non è un bene è che nessuno vuole più giocare così, ma arraffare a tentoni e senza neanche alzarsi dalla sedia soltanto il buono di ogni cosa, e poi metterselo in tasca, e girare la faccia dall' altra parte.
Una stanchezza collosa corrode ogni centimetro del mio spirito, ed ogni volta ricominciare è più difficile, armarsi è più complesso, resistere è più un atto di coraggio che di lealtà verso se stessi.
Potrei dirvi che la soluzione a tutto questo è amare, amare senza limiti e senza misure, ma non mi sento di spingervi al suicidio, in questo modo così poco onorevole, per una cosa che, tutto sommato, ormai è andata via dal mondo, partita per lidi extra planetari, in cerca di terre più fertili di questa. Incendi di silenzi e di incomunicabilità hanno arso i campi terrestri, abbiamo ancora tutta la cenere tra i capelli e negli occhi. A guardarci bene, sembriamo puliti, non ci vuole niente, in fondo, a riempire una vasca da bagno e ad entrarci dentro, difficile è non uscirne comunque sporchi, ma non è un problema, la catarsi è solo una formalità, è chiudersi alle spalle una porta, e andare via, girare una chiave nella toppa, nasconderla dentro un vaso, e andare via, senza negarsi la possibilità di tornare, magari, ma sapendo di non esserci fino a quel momento, senza sentirsi minimamente in dovere di farlo, stare con la coscienza apposto, insomma. Come? Così.
Ciao, a presto.
" E' così triste vivere quando si è infelici , non è così , Fernandinho ? Non vale la pena vivere . "
Vettriano
domenica 15 settembre 2013
giovedì 12 settembre 2013
Oltre la notte.
Stanotte non abbiamo dormito, ci siamo rigirati tutti nei nostri letti, tra le strade, ci siamo rotolati nel sudore dell' attesa, dello sforzo immane di afferrare qualcosa che è distante, i muri che non si abbattono e ci circondano, tutta quella polvere che si alza dopo un crollo e che ci intasa i polmoni, stanotte eravamo tutti vigili ad aspettare che spegnessero anche gli ultimi lampioni, finché tutto è tornato ad essere quel che è sempre stato, buio eterno, oltraggio della vita, tenebra profonda, contrario della luce. Allora ci siamo guardati intorno, tutti quanti, stanotte, e per un attimo eravamo tutti lì, ad un centimetro di distanza gli uni dagli altri, nella profondità estrema di noi stessi, e abbiamo scoperto senza saperlo che le nostre non sono anime separate, ma proveniamo tutti da una sola ed unica anima, l' anima mundi, che ci tiene lontani anche se vicinissimi, ed io sentivo il tuo respiro sul mio collo, e tu sentivi il mio, non si è mai soli nel tormento, ma il cielo ha deciso di morire, di spegnersi, e allora mi sono chiesta, guardandovi tutti senza vedervi gli occhi, se abbiamo capito che possiamo vivere da soli, che possiamo sopravvivere, insomma, dico, ora che abbiamo dimostrato a noi stessi che siamo esseri indipendenti, capaci di creare dal niente, dalla solitudine, ora che abbiamo rinfocato il nostro orgoglio, ora possiamo smetterla di farci del male? Possiamo tenerci per mano senza sentirci posseduti, dominati, controllati, ma soltanto complici? Soltanto protagonisti di un' idea di condivisione? Possiamo afferrare l' esistenza per le spalle, scuoterla, e prenderci quello che cade dalle sue tasche? Adesso che i nostri libri, le nostre melodie, le nostre intuizioni sono lì, possiamo cominciare a fare le persone adulte? Possiamo crescere?
Avanzando nell' insonnia mi chiedo come si possa restare così sordi e così ciechi di fronte a delle forze così trascinanti, di fronte a delle ovvietà che per anni ci siamo negati, vengono fuori ad una ad una le cose, di notte, si arrampicano lungo le pareti dell' anima e vengono a bussarci in gola: le vomitiamo e poi è un fiume in piena di fango, e tutti ci preoccupiamo di preservare qualcosa che riteniamo essere prezioso e solo nostro, niente, non abbiamo niente, non siamo niente, granelli insignificanti nell' universo, quello che diamo è quello che abbiamo ricevuto, nasciamo come antenne che captano segnali, alcuni restano muti una vita intera, non sono veicolo di niente, tra noi e noi stessi non si frappone nessun ostacolo scomodo, quando sentiamo che una presenza ci carezza e ci tira via dallo specchio ossessivo in cui siamo proiettati, è allora che amiamo, l' amore è un dolce ritrovarsi di fronte alla verità, qualunque essa sia, siamo nudi di fronte alle persone che amiamo ed è come se fossimo nudi di fronte a noi stessi, perché l'altro siamo noi, si dice spesso in questi casi amore siamo una cosa cosa, ed è questo, amare è avere il coraggio di restare nudi di fronte a se stessi, senza che un riflesso ci rimandi un' immagine distorta e irreale di noi, un' immagine artificiale, che la nostra mente crea per farci sentire migliori, siamo i peggiori e siamo innamorati, e questo deve riempire le nostre esistenze, dobbiamo avere il coraggio di guardarci e di amarci amando, dobbiamo alzarci in piedi e a testa alta essere fieri di quello che siamo, anche se siamo ben poca cosa, ed è logico, perché non potremmo mai essere stati generati alla maniera del Dante o del Da Vinci o del Chopin, siamo piccoli déi del nostro personale Olimpo, e la maestosità del bello deve essere un' ideale a cui tendere, un binario entro cui incamminarci, senza fuggire la nostra ombra, troppo grande o troppo piccola a seconda della luce entro cui la guardiamo, senza rifugiarci in corpi putridi per l' idea di sentirci più puliti, e le notti che passiamo ad occhi aperti devono servire a questo, devono aiutarci a capire che il sonno e il riposo sono così preziosi, e il resto son tutte balle, perché quello che importa è che nel momento in cui il pensiero tende, la mano tenda insieme ad esso, e afferri quello che brami, ovunque si trovi. Ma nell' oscurità del ventre del mondo le nostre mani afferrano fantasmi di noi stessi, e gli uteri sono fatti di fumo, e i tentativi di tornarci sono inutili, ci stiamo spingendo a fatica dentro il vuoto, che è pure freddo oltre che assente, e allora impazziamo, perché senza rivederci nelle radici dei nostri alberi secolari, senza avvertire il contatto con gli ovuli del nostro passato originario, siamo solo schegge appuntite e folli, stelle morte che vagano nello spazio, l' amore è il contrario della morte, e quando questo attraversa spazi tempi cose persone altri amori corpi sentieri silenzi parole dipinti libri armonie cieli tersi e cieli plumbei puttane e strade schermi al plasma e letti comodi pensieri mutili sensi di inferiorità vendette apatie matite appuntite pupazzi su mensole occhi di bambini occhi di vecchi contrari sinonimi allora è il momento di alzarci dalla sedia, è il momento di partire, le braccia altrui attendono un segnale, il sé si veste, riempie la sua valigia di turbe e complessi, porta via qualche libro utile, e parte, parte, raggiunge l' estrema felicità, perché nell' estrema sofferenza il dito tocca il fondo dell' infelicità, e lentamente risale, c'è un punto piccolo piccolo dentro ognuno di noi dove il dolore si confonde col piacere, ed entrambi ci sembrano così necessari, ed entrambi sono complementari, e neanche pare siano concetti opposti, forse sono sempre stati uniti, come noi, fin dal principio, fin da quando negli uteri delle nostre madri ci cullavamo ignari e già insofferenti, indifesi e già armati.
“L' amore è la fine dell' assedio.”
Avanzando nell' insonnia mi chiedo come si possa restare così sordi e così ciechi di fronte a delle forze così trascinanti, di fronte a delle ovvietà che per anni ci siamo negati, vengono fuori ad una ad una le cose, di notte, si arrampicano lungo le pareti dell' anima e vengono a bussarci in gola: le vomitiamo e poi è un fiume in piena di fango, e tutti ci preoccupiamo di preservare qualcosa che riteniamo essere prezioso e solo nostro, niente, non abbiamo niente, non siamo niente, granelli insignificanti nell' universo, quello che diamo è quello che abbiamo ricevuto, nasciamo come antenne che captano segnali, alcuni restano muti una vita intera, non sono veicolo di niente, tra noi e noi stessi non si frappone nessun ostacolo scomodo, quando sentiamo che una presenza ci carezza e ci tira via dallo specchio ossessivo in cui siamo proiettati, è allora che amiamo, l' amore è un dolce ritrovarsi di fronte alla verità, qualunque essa sia, siamo nudi di fronte alle persone che amiamo ed è come se fossimo nudi di fronte a noi stessi, perché l'altro siamo noi, si dice spesso in questi casi amore siamo una cosa cosa, ed è questo, amare è avere il coraggio di restare nudi di fronte a se stessi, senza che un riflesso ci rimandi un' immagine distorta e irreale di noi, un' immagine artificiale, che la nostra mente crea per farci sentire migliori, siamo i peggiori e siamo innamorati, e questo deve riempire le nostre esistenze, dobbiamo avere il coraggio di guardarci e di amarci amando, dobbiamo alzarci in piedi e a testa alta essere fieri di quello che siamo, anche se siamo ben poca cosa, ed è logico, perché non potremmo mai essere stati generati alla maniera del Dante o del Da Vinci o del Chopin, siamo piccoli déi del nostro personale Olimpo, e la maestosità del bello deve essere un' ideale a cui tendere, un binario entro cui incamminarci, senza fuggire la nostra ombra, troppo grande o troppo piccola a seconda della luce entro cui la guardiamo, senza rifugiarci in corpi putridi per l' idea di sentirci più puliti, e le notti che passiamo ad occhi aperti devono servire a questo, devono aiutarci a capire che il sonno e il riposo sono così preziosi, e il resto son tutte balle, perché quello che importa è che nel momento in cui il pensiero tende, la mano tenda insieme ad esso, e afferri quello che brami, ovunque si trovi. Ma nell' oscurità del ventre del mondo le nostre mani afferrano fantasmi di noi stessi, e gli uteri sono fatti di fumo, e i tentativi di tornarci sono inutili, ci stiamo spingendo a fatica dentro il vuoto, che è pure freddo oltre che assente, e allora impazziamo, perché senza rivederci nelle radici dei nostri alberi secolari, senza avvertire il contatto con gli ovuli del nostro passato originario, siamo solo schegge appuntite e folli, stelle morte che vagano nello spazio, l' amore è il contrario della morte, e quando questo attraversa spazi tempi cose persone altri amori corpi sentieri silenzi parole dipinti libri armonie cieli tersi e cieli plumbei puttane e strade schermi al plasma e letti comodi pensieri mutili sensi di inferiorità vendette apatie matite appuntite pupazzi su mensole occhi di bambini occhi di vecchi contrari sinonimi allora è il momento di alzarci dalla sedia, è il momento di partire, le braccia altrui attendono un segnale, il sé si veste, riempie la sua valigia di turbe e complessi, porta via qualche libro utile, e parte, parte, raggiunge l' estrema felicità, perché nell' estrema sofferenza il dito tocca il fondo dell' infelicità, e lentamente risale, c'è un punto piccolo piccolo dentro ognuno di noi dove il dolore si confonde col piacere, ed entrambi ci sembrano così necessari, ed entrambi sono complementari, e neanche pare siano concetti opposti, forse sono sempre stati uniti, come noi, fin dal principio, fin da quando negli uteri delle nostre madri ci cullavamo ignari e già insofferenti, indifesi e già armati.
“L' amore è la fine dell' assedio.”
cogito ergo sum.
A cinque anni e tre mesi ho scritto la mia prima, banale poesiola.
Pochi mesi prima mio padre mi aveva regalato un abbecedario, con delle figure colorate molto accattivanti. Se mi giro e guardo in alto alla mia sinistra, lo vedo ancora lì, sulla mensola, che mi fissa come sedici anni fa.
A cinque anni e nove mesi ho cominciato la scuola, entusiasta come se dovessi salire all' altare.
Lì ci hanno insegnato le prime parole, che in parte conoscevo già. Il mondo mi sembrava meravigliosamente bello, raccontato con le parole.
Ci passavo le ore, insieme alle parole. Così arrivarono i primi temini in classe. I riassuntini. Le descrizioni. I 'caro diario'.
Le maestre erano entusiaste ed io ero incuriosita dal mio universo interiore.
A sette anni mi comperarono un giornalino di Hercules, nel quale vi era una pagina dedicata all' alfabeto greco, con il quale invitavano i lettori bambini a scrivere il proprio nome. Imparai tutto l' alfabeto greco.
Nel frattempo mi apprestavo a terminare le scuole elementari, e a chiedere in regalo i primi libri.
Non ricordo quale fu il primo libro che ho letto. Probabilmente 'Il giardino dei Finzi-Contini', del quale non capii un beneamato nulla.
Quando giocavo, ad otto anni, sola nella mia stanza, mi immaginavo maestra: correggevo i miei stessi quaderni ed inventavo appelli per singole classi.
Il tempo libero, durante le scuole medie, lo dedicavo ad annaffiare me stessa come una piantina preziosa: non so cosa mi spingesse a leggere così tanto, ad ascoltare così tanta musica e a scrivere così tanto. Forse l' emarginazione alla quale fui sottoposta mio malgrado dai miei compagni di classe ha giocato un ruolo non indifferente. O forse no. Nel dubbio, vi ringrazio, tutti. Per ogni singola lacrima e per ogni invito mancato.
Spesso entravo in libreria e chiudevo gli occhi: il cuore mi dirigeva verso uno scaffale a caso e il fiuto mi portava le dita su una copertina e su un nome che non avevo mai sentito prima.
A quindici anni le mani afferrarono Fernando Pessoa.
A quattordici, nel frattempo, mi ero innamorata. Uno di quegli amori limpidi, senza filtri, ingenui e sinceri fino alla distruzione del sé. Naturalmente la Letteratura amplificò questo mio sentimento fino a rendere la mia vita invivibile. Così scrissi un romanzo di centosessantatrè pagine per liberarmene.
Il Liceo Classico mi ha profondamente delusa.
Non mi ha fornito gli strumenti per affrontare le difficoltà della vita, e neanche quelli per assorbire decentemente le nozioni che quotidianamente proponeva. Lo studio era solo un mio personalissimo piacere morale. Anche se pensavo a molte cose, il mio tracciato interiore in tacito accordo con la mia mente mi proponeva come ovvia soluzione l' insegnamento e le Lettere Classiche.
A sedici anni ho cominciato a studiare la Filosofia. La prima cosa che mi ha insegnato la professoressa, è a cosa serve la Filosofia. Così, per evitare equivoci. Per evitare che gli studenti se ne chiedessero l' utilità in seguito o, peggio, strumentalizzassero le conoscenze filosofiche per piegarle ai propri percorsi mentali deviati. La Filosofia serve a vivere, signori miei. Ma non a vivere con la testa fra le nuvole, perduti nella confusione (Seneca userebbe qui il termine 'turba') dei pensieri altrui, no. Tutt' altro. Tutto il contrario, proprio. La Filosofia, guarda un po', ti insegna ad avere una Weltanschauung, ossia una tua visione del mondo, un binario entro cui indirizzare la tua anima affinché il tuo braccio si muova bene nel labirinto complicato dell' esistenza. Insomma, la Filosofia ti dice: “Devi trovare una collocazione in un ordine generale dell' Universo!”
A diciotto anni ho letto Freud e Jung, e ho capito che la mente umana è capace di creare creature abominevoli, e di operare in funzione di esse. Inizialmente mi sono spaventata, ed ho cominciato ad osservare in modo maniacale me stessa, i miei atteggiamenti. Quando ho capito che le nevrosi si riconoscono, si impara a tenerle sotto controllo, e poi le si lascia lì, come un segno distintivo, una cosa tua che fa di te ciò che sei, allora mi sono sentita a posto.
A diciannove anni ho capito che se ti senti inferiore, sei irrimediabilmente attratto da chi è irrimediabilmente più inferiore di te: manipolando e apparendo grandi di fronte ad una persona piccola, pur essendo oggettivamente piccolissimi si finisce per credersi dei giganti. E l' Ego si nutre di menzogne pur di gonfiarsi. Soffre, soffre incredibilmente sentendosi costretto ad ammettere i propri limiti. Fugge, vilmente fugge, chiunque gli appaia un tantino migliore di sé.
Al contrario, chi ha un Ego già abbastanza solido, va in cerca di chi gli è pari o superiore, per il desiderio inconscio di essere umiliato, dominato, poiché è una vita che domina, e non ne può più.
A vent' anni non ho capito un cazzo.
A ventuno ho avuto la Nausea.
Pochi mesi prima mio padre mi aveva regalato un abbecedario, con delle figure colorate molto accattivanti. Se mi giro e guardo in alto alla mia sinistra, lo vedo ancora lì, sulla mensola, che mi fissa come sedici anni fa.
A cinque anni e nove mesi ho cominciato la scuola, entusiasta come se dovessi salire all' altare.
Lì ci hanno insegnato le prime parole, che in parte conoscevo già. Il mondo mi sembrava meravigliosamente bello, raccontato con le parole.
Ci passavo le ore, insieme alle parole. Così arrivarono i primi temini in classe. I riassuntini. Le descrizioni. I 'caro diario'.
Le maestre erano entusiaste ed io ero incuriosita dal mio universo interiore.
A sette anni mi comperarono un giornalino di Hercules, nel quale vi era una pagina dedicata all' alfabeto greco, con il quale invitavano i lettori bambini a scrivere il proprio nome. Imparai tutto l' alfabeto greco.
Nel frattempo mi apprestavo a terminare le scuole elementari, e a chiedere in regalo i primi libri.
Non ricordo quale fu il primo libro che ho letto. Probabilmente 'Il giardino dei Finzi-Contini', del quale non capii un beneamato nulla.
Quando giocavo, ad otto anni, sola nella mia stanza, mi immaginavo maestra: correggevo i miei stessi quaderni ed inventavo appelli per singole classi.
Il tempo libero, durante le scuole medie, lo dedicavo ad annaffiare me stessa come una piantina preziosa: non so cosa mi spingesse a leggere così tanto, ad ascoltare così tanta musica e a scrivere così tanto. Forse l' emarginazione alla quale fui sottoposta mio malgrado dai miei compagni di classe ha giocato un ruolo non indifferente. O forse no. Nel dubbio, vi ringrazio, tutti. Per ogni singola lacrima e per ogni invito mancato.
Spesso entravo in libreria e chiudevo gli occhi: il cuore mi dirigeva verso uno scaffale a caso e il fiuto mi portava le dita su una copertina e su un nome che non avevo mai sentito prima.
A quindici anni le mani afferrarono Fernando Pessoa.
A quattordici, nel frattempo, mi ero innamorata. Uno di quegli amori limpidi, senza filtri, ingenui e sinceri fino alla distruzione del sé. Naturalmente la Letteratura amplificò questo mio sentimento fino a rendere la mia vita invivibile. Così scrissi un romanzo di centosessantatrè pagine per liberarmene.
Il Liceo Classico mi ha profondamente delusa.
Non mi ha fornito gli strumenti per affrontare le difficoltà della vita, e neanche quelli per assorbire decentemente le nozioni che quotidianamente proponeva. Lo studio era solo un mio personalissimo piacere morale. Anche se pensavo a molte cose, il mio tracciato interiore in tacito accordo con la mia mente mi proponeva come ovvia soluzione l' insegnamento e le Lettere Classiche.
A sedici anni ho cominciato a studiare la Filosofia. La prima cosa che mi ha insegnato la professoressa, è a cosa serve la Filosofia. Così, per evitare equivoci. Per evitare che gli studenti se ne chiedessero l' utilità in seguito o, peggio, strumentalizzassero le conoscenze filosofiche per piegarle ai propri percorsi mentali deviati. La Filosofia serve a vivere, signori miei. Ma non a vivere con la testa fra le nuvole, perduti nella confusione (Seneca userebbe qui il termine 'turba') dei pensieri altrui, no. Tutt' altro. Tutto il contrario, proprio. La Filosofia, guarda un po', ti insegna ad avere una Weltanschauung, ossia una tua visione del mondo, un binario entro cui indirizzare la tua anima affinché il tuo braccio si muova bene nel labirinto complicato dell' esistenza. Insomma, la Filosofia ti dice: “Devi trovare una collocazione in un ordine generale dell' Universo!”
A diciotto anni ho letto Freud e Jung, e ho capito che la mente umana è capace di creare creature abominevoli, e di operare in funzione di esse. Inizialmente mi sono spaventata, ed ho cominciato ad osservare in modo maniacale me stessa, i miei atteggiamenti. Quando ho capito che le nevrosi si riconoscono, si impara a tenerle sotto controllo, e poi le si lascia lì, come un segno distintivo, una cosa tua che fa di te ciò che sei, allora mi sono sentita a posto.
A diciannove anni ho capito che se ti senti inferiore, sei irrimediabilmente attratto da chi è irrimediabilmente più inferiore di te: manipolando e apparendo grandi di fronte ad una persona piccola, pur essendo oggettivamente piccolissimi si finisce per credersi dei giganti. E l' Ego si nutre di menzogne pur di gonfiarsi. Soffre, soffre incredibilmente sentendosi costretto ad ammettere i propri limiti. Fugge, vilmente fugge, chiunque gli appaia un tantino migliore di sé.
Al contrario, chi ha un Ego già abbastanza solido, va in cerca di chi gli è pari o superiore, per il desiderio inconscio di essere umiliato, dominato, poiché è una vita che domina, e non ne può più.
A vent' anni non ho capito un cazzo.
A ventuno ho avuto la Nausea.
domenica 1 settembre 2013
Sordomuti.
“Quanto costa diventare muti in un paese (mondo) di sordi?”
Costa poco, molto poco, direi che è quasi una conseguenza naturale, un modo per salvarsi dalla follia o dal fallimento, dall' abdicazione, è l' autoconservazione che ci allontana dalla verità, ci manipola, ci porta verso lidi sconosciuti e disabitati che mai avremmo pensato di abitare. Uno di questi è il lido del silenzio e dell' indifferenza: ma forse crescere significa proprio questo, migliorare la propria capacità di ignorare le cose del mondo, uno strato spesso di abnegazione che ci spinge a guardare in faccia il brutto e a proseguire dritto, senza sconvolgimenti e senza moti dell' animo. Sento il rombo di un motore trapassarmi il timpano e scuotermi lo spirito in maniera spiacevole, ma non mi fermo, continuo a camminare, a falciare pezzi di strada, cogliendo con gli occhi la sporcizia di questo mio paese e non provandone più disgusto, ma soltanto indefinitezza, come se tutte le cose fossero lì per un motivo che non mi interessa più, che non ci interessa più: e tu apri la bocca e pronunci parole, e per me è come assenza di suono, anzi, non è come, è proprio così, è reale incapacità di ascoltare, poiché tu che mi stai di fronte non stai parlando, in effetti, stai creando soltanto un po' di inquinamento, ma è un piccolo contributo nell' immensità dello sporco e dell' inutile, e quindi neanche si nota.
Dopotutto cambiamo, siamo tutti cambiati. Chi non cambia, non è. Siamo tutti cambiati, tu mi hai cambiato, io ti ho cambiato. Carezzare il tuo viso mi ha cambiato, ti ha cambiato. Ferirti a morte mi ha cambiato, ti ha cambiato. Li vedi questi sorrisi da fotografia, da momento perfetto, beh, ora sono spenti, spariti: non sono più sugli stessi visi, sono volati altrove, li indossa qualcun altro, e a noi adesso tocca indossare qualcos' altro, non siamo più quelli che eravamo, cambiamo, siamo tutti cambiati.
Cerchiamo qualcosa per cui valga la pena, ma ci accorgiamo che niente vale la pena, e tutto è ogni cosa tranne che necessario, aneliamo alla perfezione perché siamo esseri imperfetti e incapaci di gestire una difficoltà, abbiamo la pancia piena di zucchero e l' amaro ci pare immeritato, e allora diamo immediatamente inizio all' epopea, al gran ritiro; tutti i ritorni vigliacchi ai nostri punti di partenza sono mostri tremanti e impauriti che dalle nostre stanzette umide puntano il dito contro il sangue che non abbiamo buttato e il sudore che non abbiamo prodotto per conquistare qualcosa che poteva essere veramente prezioso. Preservare il prezioso e il bello devono essere oggi doveri morali dell' uomo. Devono assumere un senso definito, IL senso. Altrimenti possiamo trascorrere tutta la vita sulle nostre mediocri scialuppe in mezzo al mare in tempesta nell' attesa spasmodica di morire annegati, perché è quello che vogliamo, in fondo, tutti. Morire. E non lasciare traccia, per evitare che pure la nostra ombra venga rincorsa dalle leggi della natura e dell' uomo. Vogliamo fuggire, e vogliamo farlo senza stile, perché l'eleganza è un dettaglio nella resa, figuriamoci nella battaglia, se battaglia si può chiamare il tentativo flebile di ottenere tutto senza fare assolutamente niente.
E allora si dice che è Nausea quella che ci sale in gola, e ci brucia come succo gastrico andato a male, si dice che è ricerca, si dice che fa bene, ma un tormento senza scampo e senza fine è un modo vile per ritirarsi dalle scene senza ammettere di essere vili, una viltà della viltà, e allora prendiamoci tutti per mano e andiamocene, domani è lontano e ieri lontanissimo, oggi non esiste, è tutto un limbo dove ci piace restare appollaiati a fingerci pensatori, e cari miei è così ovvio, perché agire costa, e le energie sono poche, soltanto i pazzi le disperdono tutte al vento senza esserne gelosi, e senza ragionare sul fatto che poi, senza energie, è impossibile vivere, e appena sostenibile sopravvivere. E quindi basta, basta lamentarsi di ogni cosa, la scuola che non funziona, l' amore che non esiste, i genitori che non sanno educare adeguatamente i loro figli, che non ci sanno educare solo perché non si comportano come noi ci aspettiamo che facciano, sempre perché siamo dominati da un egocentrismo di dimensioni spropositate, presi da noi stessi in maniera maniacale, animali feroci che avvertono la presenza dell' altro come un pericolo e aborriscono l'idea di dedicare tempo altrui, non ascoltiamo nessuno, non vogliamo davvero bene a nessuno, non ce ne frega assolutamente niente di nessuno se non di noi stessi, amare è attentare alla nostra libertà personale, di cui poi fondamentalmente non ce ne facciamo un beato cazzo se non la condividiamo, ma questo poi lo capiamo troppo tardi, e tutto sfuma, di nuovo, inafferrabile, lontano.
Con tali premesse mi chiedo dove crediamo di andare, come pensiamo di poter cambiare le cose, di poterle migliorare, mi chiedo cosa intendono oggi le persone che parlano di 'miglioramento', mi chiedo se sanno che la radice greco-italica del termine migliore, che è màl, significa nient' altro che 'forte, valente', mi chiedo come si possa concepire un miglioramento se le menti che ci lavorano sono tutt' altro che temprate, pronte al lavoro duro del giorno dopo giorno, coraggiose. Mi sembra che pure le parole ci stiano abbandonando, mi sembra che tutto stia per implodere, da un momento all' altro, e io voglio fuggire via da tutto questo con le mie parole, andarmene sull' isola delle etimologie, risalire così all' origine delle cose e ai suoi concetti primigeni, per stringerne il senso e sentirmi al sicuro.
Poi mi dico che scappare non è la soluzione. Chi vuole migliorare non scappa, perché è forte, valente. Perché ha lo spessore morale e la determinazione di stringere i denti, di attendere, di lavorare attraverso le minuzie accumulando faticosamente piccole vittorie quotidiane sentendosi poi sufficientemente appagato e sufficientemente non soddisfatto da riuscire ad andare avanti con altrettanta fame e altrettanta voglia di lottare senza arrendersi.
E io voglio provarci, a migliorare.
Costa poco, molto poco, direi che è quasi una conseguenza naturale, un modo per salvarsi dalla follia o dal fallimento, dall' abdicazione, è l' autoconservazione che ci allontana dalla verità, ci manipola, ci porta verso lidi sconosciuti e disabitati che mai avremmo pensato di abitare. Uno di questi è il lido del silenzio e dell' indifferenza: ma forse crescere significa proprio questo, migliorare la propria capacità di ignorare le cose del mondo, uno strato spesso di abnegazione che ci spinge a guardare in faccia il brutto e a proseguire dritto, senza sconvolgimenti e senza moti dell' animo. Sento il rombo di un motore trapassarmi il timpano e scuotermi lo spirito in maniera spiacevole, ma non mi fermo, continuo a camminare, a falciare pezzi di strada, cogliendo con gli occhi la sporcizia di questo mio paese e non provandone più disgusto, ma soltanto indefinitezza, come se tutte le cose fossero lì per un motivo che non mi interessa più, che non ci interessa più: e tu apri la bocca e pronunci parole, e per me è come assenza di suono, anzi, non è come, è proprio così, è reale incapacità di ascoltare, poiché tu che mi stai di fronte non stai parlando, in effetti, stai creando soltanto un po' di inquinamento, ma è un piccolo contributo nell' immensità dello sporco e dell' inutile, e quindi neanche si nota.
Dopotutto cambiamo, siamo tutti cambiati. Chi non cambia, non è. Siamo tutti cambiati, tu mi hai cambiato, io ti ho cambiato. Carezzare il tuo viso mi ha cambiato, ti ha cambiato. Ferirti a morte mi ha cambiato, ti ha cambiato. Li vedi questi sorrisi da fotografia, da momento perfetto, beh, ora sono spenti, spariti: non sono più sugli stessi visi, sono volati altrove, li indossa qualcun altro, e a noi adesso tocca indossare qualcos' altro, non siamo più quelli che eravamo, cambiamo, siamo tutti cambiati.
Cerchiamo qualcosa per cui valga la pena, ma ci accorgiamo che niente vale la pena, e tutto è ogni cosa tranne che necessario, aneliamo alla perfezione perché siamo esseri imperfetti e incapaci di gestire una difficoltà, abbiamo la pancia piena di zucchero e l' amaro ci pare immeritato, e allora diamo immediatamente inizio all' epopea, al gran ritiro; tutti i ritorni vigliacchi ai nostri punti di partenza sono mostri tremanti e impauriti che dalle nostre stanzette umide puntano il dito contro il sangue che non abbiamo buttato e il sudore che non abbiamo prodotto per conquistare qualcosa che poteva essere veramente prezioso. Preservare il prezioso e il bello devono essere oggi doveri morali dell' uomo. Devono assumere un senso definito, IL senso. Altrimenti possiamo trascorrere tutta la vita sulle nostre mediocri scialuppe in mezzo al mare in tempesta nell' attesa spasmodica di morire annegati, perché è quello che vogliamo, in fondo, tutti. Morire. E non lasciare traccia, per evitare che pure la nostra ombra venga rincorsa dalle leggi della natura e dell' uomo. Vogliamo fuggire, e vogliamo farlo senza stile, perché l'eleganza è un dettaglio nella resa, figuriamoci nella battaglia, se battaglia si può chiamare il tentativo flebile di ottenere tutto senza fare assolutamente niente.
E allora si dice che è Nausea quella che ci sale in gola, e ci brucia come succo gastrico andato a male, si dice che è ricerca, si dice che fa bene, ma un tormento senza scampo e senza fine è un modo vile per ritirarsi dalle scene senza ammettere di essere vili, una viltà della viltà, e allora prendiamoci tutti per mano e andiamocene, domani è lontano e ieri lontanissimo, oggi non esiste, è tutto un limbo dove ci piace restare appollaiati a fingerci pensatori, e cari miei è così ovvio, perché agire costa, e le energie sono poche, soltanto i pazzi le disperdono tutte al vento senza esserne gelosi, e senza ragionare sul fatto che poi, senza energie, è impossibile vivere, e appena sostenibile sopravvivere. E quindi basta, basta lamentarsi di ogni cosa, la scuola che non funziona, l' amore che non esiste, i genitori che non sanno educare adeguatamente i loro figli, che non ci sanno educare solo perché non si comportano come noi ci aspettiamo che facciano, sempre perché siamo dominati da un egocentrismo di dimensioni spropositate, presi da noi stessi in maniera maniacale, animali feroci che avvertono la presenza dell' altro come un pericolo e aborriscono l'idea di dedicare tempo altrui, non ascoltiamo nessuno, non vogliamo davvero bene a nessuno, non ce ne frega assolutamente niente di nessuno se non di noi stessi, amare è attentare alla nostra libertà personale, di cui poi fondamentalmente non ce ne facciamo un beato cazzo se non la condividiamo, ma questo poi lo capiamo troppo tardi, e tutto sfuma, di nuovo, inafferrabile, lontano.
Con tali premesse mi chiedo dove crediamo di andare, come pensiamo di poter cambiare le cose, di poterle migliorare, mi chiedo cosa intendono oggi le persone che parlano di 'miglioramento', mi chiedo se sanno che la radice greco-italica del termine migliore, che è màl, significa nient' altro che 'forte, valente', mi chiedo come si possa concepire un miglioramento se le menti che ci lavorano sono tutt' altro che temprate, pronte al lavoro duro del giorno dopo giorno, coraggiose. Mi sembra che pure le parole ci stiano abbandonando, mi sembra che tutto stia per implodere, da un momento all' altro, e io voglio fuggire via da tutto questo con le mie parole, andarmene sull' isola delle etimologie, risalire così all' origine delle cose e ai suoi concetti primigeni, per stringerne il senso e sentirmi al sicuro.
Poi mi dico che scappare non è la soluzione. Chi vuole migliorare non scappa, perché è forte, valente. Perché ha lo spessore morale e la determinazione di stringere i denti, di attendere, di lavorare attraverso le minuzie accumulando faticosamente piccole vittorie quotidiane sentendosi poi sufficientemente appagato e sufficientemente non soddisfatto da riuscire ad andare avanti con altrettanta fame e altrettanta voglia di lottare senza arrendersi.
E io voglio provarci, a migliorare.
sabato 31 agosto 2013
Cercavo una puttana, ed ho trovato una puttana.
Il presente è un agglomerato di fantasmi passati e di illusioni future, il presente, laddove esiste, per me è questo: un groviglio di cose che sono già state e di cose che forse non saranno mai, viviamo un presente in assenza di noi stessi, un presente irrisolto, involuto, dove ci rifiutiamo di essere i protagonisti del nostro stesso dramma, non abbiamo più la presenza scenica di un tempo, siamo tutti gobbi e stanchi, ombre di quel che eravamo, e non ci conosciamo più, semmai ci fossimo conosciuti, fatti a brandelli dalle fiere di ieri che ci masticano e ci tengono tra i denti. Sentiamo ancora l' odore delle nostre carni in putrefazione, ma chi è che avverte la morte, chi può dire di essere certo di qualcosa, io no, no di certo, questo è il presente, un palcoscenico vuoto senza spettacoli in programmazione.
E' come quella puttana che incontro sempre, da anni, sui treni metropolitani. A metà tra l' assenza e la presenza, tra il trasparente e l' ingombrante, una figura vuota che non potrebbe essere più piena, sta a noi leggere quello che ha da offrire, due righe di dolore e tanta meccanica, i suoi capelli corvini, folti e disordinati, le scarpe sempre troppo alte, la gonna sempre troppo corta. Gli occhi sempre ambivalenti, splendenti e spenti, luci tetre e spettrali che fanno appena appena chiarezza negli angoli delle strade. Lei resta la stessa, io cambio. Lei due anni fa era seduta a tarda sera in quello scompartimento, immobile, seria, sostituita. Io ero in piedi e scoppiavo d' amore: la guardo, la fisso, resto in attesa di lei; non mi arriva nient' altro che tristezza. Dunque questa sensazione fortemente negativa arriva fino all' altezza del mio petto e mi restituisce un contraccolpo feroce: mi manca il respiro, la gioia massima e la massima sofferenza creano una trazione insopportabile. Lacrime calde e cremose mi salgono agli occhi, un conato mi spinge a cercare il cesso, ci entro, faccio per vomitare, non vomito, piango, bevo le mie lacrime, cerco di respirare forte. Parte la commiserazione, e tutta una serie di emozioni incalzanti che tendono al desiderio irrisolto di fare del bene a chi non è felice, per il solo fatto che se lo siamo noi ci pare insopportabile che esista chi non lo è. Tutti hanno un motivo per esserlo, o hanno il dovere morale di cercarne uno. Ti sbagliavi, cara Eleonora di un tempo, tutto è troppo dannatamente malato e lercio per riuscirci a trovare sempre e comunque una ragione lucida e brillante.
Due anni dopo, pochi giorni fa, ho rivisto questa stessa puttana, su un treno che tornava da Pompei, dove ero stata, da sola, senza neanche sapere perché. Succede che vuoi alzarti e vuoi prendere un treno e andare in un posto, senza nessuno che tenti di dissuaderti per mezzo di frasi fatte o cerchi di convincerti che la realtà è meglio di quella che si vede. Anche stavolta, dunque, resto tutto il tempo del breve viaggio a fissarla. Avverto forse uno scoraggiamento ancor maggiore provenire da quel corpo: settecentotrenta giorni e sono comparse delle rughe sul suo viso, all' altezza delle guance, e gli occhi sembrano di un marrone più opaco, come in una fotografia sfocata, d' altra parte le labbra sono più gonfie di rossetto e meno di carne, e il collo è pieno di macchie scure. I vestiti sono volgari quanto basta, ma messi a casaccio; si intravede il reggiseno di un colore inadeguato e c'è un buco nella gonna. I sandali sono pieni di polvere e il tacco sembra mangiucchiato. La borsa, sempre la stessa, nera, grossa, deforme, sembra contenere qualcosa di mostruoso, di viscido. Le mani sono aste di metallo piegate da una forza violenta, c'è anche del nero appena sotto le unghie. Vederla così, oggi, mi fa sentire a posto. Mi fa sentire beatamente indifferente. Sufficientemente desolata. Assolutamente malinconica, ma di una malinconia statica, di quelle che le cose ti scivolano addosso, che fosse sangue sconosciuto, o acqua bollente, la reazione sarebbe la stessa: nessuna. Vedo nei suoi occhi i miei occhi e non mi smuovo: parte un filo di niente e si collega, restiamo in contatto col niente di nulla, è una sensazione di rilassamento totale, un abbandono che sa di trasporto, il baratro che gli anni e le esperienze hanno scavato nell' anima e nel corpo di quella donna è oggi a me più comprensibile e più sopportabile, perché mi sono resa conto della sua inevitabilità. E non è un male, lasciarsi portare dalla corrente, se siamo stati condotti fin qui, è colpa mia, è colpa tua, è colpa della puttana per il suo aver scelto di fare la puttana, beh, questo è infinitamente relativo e evidentemente insignificante. Quello che importa è che ci hanno vuotato un secchio di merda in testa, e noi siamo rimasti impassibili. Non c'è più scontro di forze opposte e feroci, ma semplicemente incontro di non forze. E tutto, sopratutto il dolore, oggi è più dolce e quasi ci fa godere.
La prostituta scende dal treno, in questa stazione squallida di questo nostro squallido paese, ancora più squallido delle nostre espressioni, nell' ombra indecisa della sera, quando hai quasi paura che stia per fare di nuovo giorno anziché calare la notte. E se è vero che nessuno si salva da solo, nessuno si salva neanche in due, e di fronte a questa verità inappetibile il mondo fugge, e si cercano mille ragioni, mille diversivi, mille modi di dire la stessa identica cosa, e cioè che non abbiamo le palle per vivere davvero questa vita così com'è senza aspettarci nulla e senza aver paura di nulla, e cioè che non siamo in grado di imporci i nostri doveri e le nostre responsabilità, che siamo cani sciolti, pronti a scopare per le strade ma vergognosi di amare oltre ogni difficoltà, bestie vili che girano attorno alla propria coda pur sapendo che non è di nessun altro.
La prostituta scende dal treno, e anche io, e mentre lei perde temporaneamente una scarpa, io sbatto con la caviglia contro il gradino del sottopassaggio. Mi guardo scorrere qualche goccia di sangue e continuo a camminare nella sera che arriva, mentre lei mi resta alle spalle, ad allacciarsi il sandalo maldestramente e quasi contro voglia.
Non mi giro indietro.
Per me, il senso della vita, è tornare a casa di sera e trovarci una parte di me, messa al riparo, conservata, lasciata al caldo a riposare. Così, se anche dovessi perdermi nel caos del mondo, saprei che ritrovarmi, a fine giornata, è cosa facile e piacevole. E' autoconservazione, è romanticismo, è astuzia? Non lo so. Ma è il mio codice per leggere il mondo. E non lo cambierò, mai, anche se dovessi morire e dissolvermi prima di aver trovato lo scrigno giusto che possa custodirmi.
.
E' come quella puttana che incontro sempre, da anni, sui treni metropolitani. A metà tra l' assenza e la presenza, tra il trasparente e l' ingombrante, una figura vuota che non potrebbe essere più piena, sta a noi leggere quello che ha da offrire, due righe di dolore e tanta meccanica, i suoi capelli corvini, folti e disordinati, le scarpe sempre troppo alte, la gonna sempre troppo corta. Gli occhi sempre ambivalenti, splendenti e spenti, luci tetre e spettrali che fanno appena appena chiarezza negli angoli delle strade. Lei resta la stessa, io cambio. Lei due anni fa era seduta a tarda sera in quello scompartimento, immobile, seria, sostituita. Io ero in piedi e scoppiavo d' amore: la guardo, la fisso, resto in attesa di lei; non mi arriva nient' altro che tristezza. Dunque questa sensazione fortemente negativa arriva fino all' altezza del mio petto e mi restituisce un contraccolpo feroce: mi manca il respiro, la gioia massima e la massima sofferenza creano una trazione insopportabile. Lacrime calde e cremose mi salgono agli occhi, un conato mi spinge a cercare il cesso, ci entro, faccio per vomitare, non vomito, piango, bevo le mie lacrime, cerco di respirare forte. Parte la commiserazione, e tutta una serie di emozioni incalzanti che tendono al desiderio irrisolto di fare del bene a chi non è felice, per il solo fatto che se lo siamo noi ci pare insopportabile che esista chi non lo è. Tutti hanno un motivo per esserlo, o hanno il dovere morale di cercarne uno. Ti sbagliavi, cara Eleonora di un tempo, tutto è troppo dannatamente malato e lercio per riuscirci a trovare sempre e comunque una ragione lucida e brillante.
Due anni dopo, pochi giorni fa, ho rivisto questa stessa puttana, su un treno che tornava da Pompei, dove ero stata, da sola, senza neanche sapere perché. Succede che vuoi alzarti e vuoi prendere un treno e andare in un posto, senza nessuno che tenti di dissuaderti per mezzo di frasi fatte o cerchi di convincerti che la realtà è meglio di quella che si vede. Anche stavolta, dunque, resto tutto il tempo del breve viaggio a fissarla. Avverto forse uno scoraggiamento ancor maggiore provenire da quel corpo: settecentotrenta giorni e sono comparse delle rughe sul suo viso, all' altezza delle guance, e gli occhi sembrano di un marrone più opaco, come in una fotografia sfocata, d' altra parte le labbra sono più gonfie di rossetto e meno di carne, e il collo è pieno di macchie scure. I vestiti sono volgari quanto basta, ma messi a casaccio; si intravede il reggiseno di un colore inadeguato e c'è un buco nella gonna. I sandali sono pieni di polvere e il tacco sembra mangiucchiato. La borsa, sempre la stessa, nera, grossa, deforme, sembra contenere qualcosa di mostruoso, di viscido. Le mani sono aste di metallo piegate da una forza violenta, c'è anche del nero appena sotto le unghie. Vederla così, oggi, mi fa sentire a posto. Mi fa sentire beatamente indifferente. Sufficientemente desolata. Assolutamente malinconica, ma di una malinconia statica, di quelle che le cose ti scivolano addosso, che fosse sangue sconosciuto, o acqua bollente, la reazione sarebbe la stessa: nessuna. Vedo nei suoi occhi i miei occhi e non mi smuovo: parte un filo di niente e si collega, restiamo in contatto col niente di nulla, è una sensazione di rilassamento totale, un abbandono che sa di trasporto, il baratro che gli anni e le esperienze hanno scavato nell' anima e nel corpo di quella donna è oggi a me più comprensibile e più sopportabile, perché mi sono resa conto della sua inevitabilità. E non è un male, lasciarsi portare dalla corrente, se siamo stati condotti fin qui, è colpa mia, è colpa tua, è colpa della puttana per il suo aver scelto di fare la puttana, beh, questo è infinitamente relativo e evidentemente insignificante. Quello che importa è che ci hanno vuotato un secchio di merda in testa, e noi siamo rimasti impassibili. Non c'è più scontro di forze opposte e feroci, ma semplicemente incontro di non forze. E tutto, sopratutto il dolore, oggi è più dolce e quasi ci fa godere.
La prostituta scende dal treno, in questa stazione squallida di questo nostro squallido paese, ancora più squallido delle nostre espressioni, nell' ombra indecisa della sera, quando hai quasi paura che stia per fare di nuovo giorno anziché calare la notte. E se è vero che nessuno si salva da solo, nessuno si salva neanche in due, e di fronte a questa verità inappetibile il mondo fugge, e si cercano mille ragioni, mille diversivi, mille modi di dire la stessa identica cosa, e cioè che non abbiamo le palle per vivere davvero questa vita così com'è senza aspettarci nulla e senza aver paura di nulla, e cioè che non siamo in grado di imporci i nostri doveri e le nostre responsabilità, che siamo cani sciolti, pronti a scopare per le strade ma vergognosi di amare oltre ogni difficoltà, bestie vili che girano attorno alla propria coda pur sapendo che non è di nessun altro.
La prostituta scende dal treno, e anche io, e mentre lei perde temporaneamente una scarpa, io sbatto con la caviglia contro il gradino del sottopassaggio. Mi guardo scorrere qualche goccia di sangue e continuo a camminare nella sera che arriva, mentre lei mi resta alle spalle, ad allacciarsi il sandalo maldestramente e quasi contro voglia.
Non mi giro indietro.
Per me, il senso della vita, è tornare a casa di sera e trovarci una parte di me, messa al riparo, conservata, lasciata al caldo a riposare. Così, se anche dovessi perdermi nel caos del mondo, saprei che ritrovarmi, a fine giornata, è cosa facile e piacevole. E' autoconservazione, è romanticismo, è astuzia? Non lo so. Ma è il mio codice per leggere il mondo. E non lo cambierò, mai, anche se dovessi morire e dissolvermi prima di aver trovato lo scrigno giusto che possa custodirmi.
.
sabato 24 agosto 2013
I regali di Natale.
"Il
volere precede dunque ogni cosa: infatti le forze della ragione sono
per natura ancelle del volere."
Te
lo sei chiesto un sacco di volte, perché ai tuoi genitori il Natale
non piacesse così come piaceva a te, da bambino. E per quanto
volessi concentrarti sul trovare una spiegazione, in fondo non avevi
tempo, c'erano dei giochi a cui dovevi prestare tutta la tua
attenzione, e non c'era neanche un minuto da perdere.
Già,
un minuto da perdere.
Quanti
minuti perdiamo, adesso che il mondo ci definisce quasi adulti,
sospesi nell' oblio di una condizione senza scampo e senza paura, che
affrontiamo di petto come se volessimo vestirci col vessillo del
nostro coraggio inesistente, che si scontra costantemente con la
pochezza intellettuale dei luoghi e delle situazioni che ci stanno
attorno. E' facile, in altri termini, fissare il vuoto per ore e
fumare l' ennesima sigaretta, non c'è nulla di male nell' inazione,
non c'è nulla di male. Riflettere fa bene, dicono. Dicono che le
gambe poi ti fanno male se cammini troppo. E devi comunque fermarti
per riprendere energie. Dunque, perché sprecarle queste energie? E
in ogni caso, dov'è che sono queste energie? Io non ne ho più. Le
ho consumate tutte per giocare coi regali di Natale.
Ci
stiamo perdendo in un labirinto indistinto di cose da fare, e di cose
da evitare. Come se ci avessero affidato tutti gli errori e tutte le
chiavi delle prigioni mentali, possedimenti antichi delle passate
generazioni, col compito di rimediare a tutto, di riprenderci la
nostra e la loro libertà, a tutti i costi e con tutti i mezzi. E
così strappiamo le nostre costruzioni sentimentali dopo averle
arredate nel più piccolo particolare con un calcio impietoso. Perché
è necessario dar sfogo alla propria istintualità repressa. Represso
è una parola che non piaceva ai nostri genitori, quando avevano la
nostra età. A noi non piace la parola rispetto, ad esempio.
Sacrificio, responsabilità. Esistono universi fatti di negatività
piena, abitati da persone che sono veramente stanche di vestire di
stracci e di elemosinare virtù agli angoli dei cuori altrui.
Rispetto, sacrificio, responsabilità. Trovarsi davanti ad una bestia
immonda che riesce a succhiarti l' anima con un bacio in bocca e
nello stesso tempo a strapparti gli organi con una lama affilata è
diventato una specie di rito iniziatico, attraverso il quale tutti
sembra dobbiamo passare prima o poi. Una sorta di battesimo del
reale, tanto per evitare che qualcuno resti convinto fino alla fine
della bellezza assoluta dell' esistenza e della purezza incontaminata
della natura. Il male è dopotutto una costante da assaporare fino in
fondo, poiché si porta dietro il fascino della morte. E tuttavia
sono secoli che la morte appare più sensuale della vita per poi
rivelarsi soltanto più anestetica.
Il
bambino, dopo essersi annoiato dei suoi stessi giochi tanto bramati,
sbatte e ribatte la testa contro il muro che lo rinchiude all'
interno di una stanza dalle pareti bianche. Finché macchie
indistinte di rosso non cominciano a disegnare strade di sangue da
intraprendere. E allora tu, che sei seduto a fumare fuori al tuo
balcone mediocre, spegni la tua sigaretta, e per non sentire il
terrore che monta da dentro e stringe la gola ti alzi, per squarciare
il velo dell' immobilità afosa, per conquistare un minimo di dignità
agli occhi di te stesso, e te ne torni dentro, per continuare la tua
passeggiata inutile dentro i viali dell' insensato.
Tocchi,
tocchi tutte le cose che vedi, quando sei bambino. E se non le tocchi
non ti si tolgono dalla testa, quelle cose, continuano ad
ossessionare il tuo sonno e la tua veglia, finché poi per
inesorabile natura acquisisci una serie di indispensabili esperienze
secondo le quali dovresti vivere decentemente in nome di un codice
personalissimo. Di quel codice, però, oggi noi non ce ne facciamo
proprio niente. Resta una specie di bel quadro affisso in cameretta,
un paesaggio di pastello da contemplare per evadere dal circostante.
Una teoria. Maledetta pratica. Che ci porta ad esplorare lidi dei
quali non avremmo mai potuto avere conoscenza. Nessuno legge e
interpreta niente alla stessa maniera, se non contestualizza il suo
testo. Badare al contorno è così faticoso che si preferisce
afferrare alla cieca e altrettanto alla cieca possedere tutte le
cose. Perché quello che conta è il momento. L' hic et nunc. Peccato
che sia tutto un hic et nunc. Anche il futuro. Che invece diventa un
losco individuo da evitare, roba da scappare solo a vederlo dal
lontano.
Tutto
il sangue che ho perso dalla testa ha disegnato sulle mie pareti
luoghi che non vedrò mai. Se vengono dalla mia testa, mi dicevo, non
possono che essere reali. Non sono stata io a disegnarli. Qualcuno me
li avrà messi dentro. In attesa che li rivelassi a me stessa. Fosse
stato così semplice. Fossi stata meno convinta.
...
Ed è vero
che il nostro tempo è limitato che siamo di
passaggio che la luce del sole dovrebbe darci un motivo validissimo
per muovere i piedi sulla terra è vero anche che siamo malati però
malati di questa stessa vita che qualcuno gioca a darci e poi a
toglierci a strapparci dalle mani e forse è per immagine e
somiglianza di questo dio crudele che ci facciamo del male godendone
e non siamo più uomini ma siamo maiali e se ci sgozzassero adesso
forse se le mani fossero quelle giuste non ci dispiacerebbe neanche
in fondo durante tutto questo tempo non ho fatto che immaginare una
vita che non avrò mai e tutta quella felicità dov'è che è andata
a finire tutto l' entusiasmo dei regali di natale e tutta la voglia
di dare all' altro quello che avevo e quello che non ho di inventarmi
vesti migliori io non ne ho più mi fanno spostare gli arti tutta una
serie di grovigli curiosi e un forte istinto all' autoconservazione
come siamo attaccati alle cose dopotutto alla vita come siamo
innamorati di tutte le cose che ci devastano siamo veramente malati
di esistere.
Lettera aperta ad una donna che aspetta alla stazione.
La mia vita è spezzata, come una matita nel momento di più bieco furore.
E ora guardo i due pezzi di legno giacere sul tavolo, carichi delle loro schegge, irregolari nella loro forma, con una mina dispersa, polverizzata, che percorre a semicerchio la superficie della scrivania.
Cara ragazza che stavi alla stazione, l' innamorato è sempre quello che aspetta, Barthes insegna. E tu aspettavi, e piangevi, e sono passate due ore. Hai aspettato per due ore qualcuno che non è venuto, e forse continui a farlo, giù, in strada, mentre la notte va, ed io mi ritiro nella mia stanza silenziosa.
Avrei voluto chiederti se avevi bisogno di aiuto, dirti che era bene che piangessi tutte quelle lacrime, perché il dramma reale è di chi le lacrime se le tiene dentro, creando un' inondazione dell' anima, allagando se stesso. Perché piove sempre da qualche parte. Il cielo può essere di un azzurro spiazzante, e il suo sorriso meraviglioso, ma stai certa che sta pur piovendo da qualche parte. E se è proprio dentro a piovere, allora trova un modo per uscirne. Per uscire da te stessa, dico. Vattene via. Salvati, e lascia che il tuo corpo muoia affogato dal suo stesso dolore. E' così che io vedo il mio. Sono uscita da me e mi sono arroccata da qualche parte sulla punta dei miei capelli sopra la mia testa. Da lì a gambe incrociate osservo tutto quello che succede al mio interno nel frattempo: le onde di sale travolgono organi e sbattono forte sul cuore, una risacca scorre tra le costole con un fruscio costante, e gridano disperate le vene sottopelle, poiché il sangue fuoriesce da qualche parte che non so, e diventa di un rosa pallido a contatto col mio pianto.
E lascio compiere a Dio questo ennesimo spreco di bellezza; lascio che la follia uccida l' amore che a sua volta uccide un uomo il quale ha ucciso me. E' tutto splendidamente regolare, tutto codificato nell' indecifrabilità dell' universo stesso, direi quasi prevedibile, perché poi abbiamo sempre questo brutto vizio di credere che ogni cosa orrenda e inaspettata accada a chiunque tranne che a noi stessi, e poi un giorno ti piomba addosso la verità, cruda e nuda come non lo è mai stata, con quel sapore di carne sanguinolenta e con quella brama di penetrarti lo spirito, fino a trapanarlo e a renderlo un pallido riflesso di ciò che era.
Mia cara ragazza che piangi e attendi un segnale, incamminati. La mente riesce a generare degli abomini fin troppo credibili, degli aborti di pensiero, degli escrementi di azione. Tutto questo senza che nulla riesca ad arginare la pioggia, a metter lo zucchero nelle lacrime. Nella profonda saggezza di un Dio che non ci guarda io vedo la banalità degli individui che siamo: riesco a trovare sollievo alle mie sofferenze soltanto pensando in termini universali. Incamminati, dicevo, non restare ferma in questa oscurità violata come un velo nero squarciato dal vento che da' sul nulla: potrebbe essere molto pericoloso restare fermi, potrebbero caderti in testa astri esasperati, e farti del male, perché più grossi, spigolosi e meno luminosi del consueto.
Io ho la testa fasciata, e le mie mani non hanno più le dita. Un tempo suonavo melodie traverse e facevo vibrare archi sconnessi, e per quanto facesse schifo la musica che componevo, era la mia, la mia musica. Il mio codice per leggere le cose dell' esistenza. Qualcuno, poi, nella gola della notte è entrato ed ha trovato i miei spartiti. Per furia e per insensatezza li ha portati via, in un luogo così sinistro che è proibito al pensiero immaginarlo, pena la pazzia. E io li ho persi. Ho perduto la mia casa, dal mio corpo è fuoriuscito tutto il marciume maleodorante che potessi concepire, fango e sputo hanno cementato una prigione di solitudine indicibile. Sono di nuovo, irrimediabilmente me stessa, mi guardo uscire dall' utero degenere di mia madre senza una ragione al mio destino di orfana, perdente e in minoranza dappertutto, sempre.
E ora guardo i due pezzi di legno giacere sul tavolo, carichi delle loro schegge, irregolari nella loro forma, con una mina dispersa, polverizzata, che percorre a semicerchio la superficie della scrivania.
Cara ragazza che stavi alla stazione, l' innamorato è sempre quello che aspetta, Barthes insegna. E tu aspettavi, e piangevi, e sono passate due ore. Hai aspettato per due ore qualcuno che non è venuto, e forse continui a farlo, giù, in strada, mentre la notte va, ed io mi ritiro nella mia stanza silenziosa.
Avrei voluto chiederti se avevi bisogno di aiuto, dirti che era bene che piangessi tutte quelle lacrime, perché il dramma reale è di chi le lacrime se le tiene dentro, creando un' inondazione dell' anima, allagando se stesso. Perché piove sempre da qualche parte. Il cielo può essere di un azzurro spiazzante, e il suo sorriso meraviglioso, ma stai certa che sta pur piovendo da qualche parte. E se è proprio dentro a piovere, allora trova un modo per uscirne. Per uscire da te stessa, dico. Vattene via. Salvati, e lascia che il tuo corpo muoia affogato dal suo stesso dolore. E' così che io vedo il mio. Sono uscita da me e mi sono arroccata da qualche parte sulla punta dei miei capelli sopra la mia testa. Da lì a gambe incrociate osservo tutto quello che succede al mio interno nel frattempo: le onde di sale travolgono organi e sbattono forte sul cuore, una risacca scorre tra le costole con un fruscio costante, e gridano disperate le vene sottopelle, poiché il sangue fuoriesce da qualche parte che non so, e diventa di un rosa pallido a contatto col mio pianto.
E lascio compiere a Dio questo ennesimo spreco di bellezza; lascio che la follia uccida l' amore che a sua volta uccide un uomo il quale ha ucciso me. E' tutto splendidamente regolare, tutto codificato nell' indecifrabilità dell' universo stesso, direi quasi prevedibile, perché poi abbiamo sempre questo brutto vizio di credere che ogni cosa orrenda e inaspettata accada a chiunque tranne che a noi stessi, e poi un giorno ti piomba addosso la verità, cruda e nuda come non lo è mai stata, con quel sapore di carne sanguinolenta e con quella brama di penetrarti lo spirito, fino a trapanarlo e a renderlo un pallido riflesso di ciò che era.
Mia cara ragazza che piangi e attendi un segnale, incamminati. La mente riesce a generare degli abomini fin troppo credibili, degli aborti di pensiero, degli escrementi di azione. Tutto questo senza che nulla riesca ad arginare la pioggia, a metter lo zucchero nelle lacrime. Nella profonda saggezza di un Dio che non ci guarda io vedo la banalità degli individui che siamo: riesco a trovare sollievo alle mie sofferenze soltanto pensando in termini universali. Incamminati, dicevo, non restare ferma in questa oscurità violata come un velo nero squarciato dal vento che da' sul nulla: potrebbe essere molto pericoloso restare fermi, potrebbero caderti in testa astri esasperati, e farti del male, perché più grossi, spigolosi e meno luminosi del consueto.
Io ho la testa fasciata, e le mie mani non hanno più le dita. Un tempo suonavo melodie traverse e facevo vibrare archi sconnessi, e per quanto facesse schifo la musica che componevo, era la mia, la mia musica. Il mio codice per leggere le cose dell' esistenza. Qualcuno, poi, nella gola della notte è entrato ed ha trovato i miei spartiti. Per furia e per insensatezza li ha portati via, in un luogo così sinistro che è proibito al pensiero immaginarlo, pena la pazzia. E io li ho persi. Ho perduto la mia casa, dal mio corpo è fuoriuscito tutto il marciume maleodorante che potessi concepire, fango e sputo hanno cementato una prigione di solitudine indicibile. Sono di nuovo, irrimediabilmente me stessa, mi guardo uscire dall' utero degenere di mia madre senza una ragione al mio destino di orfana, perdente e in minoranza dappertutto, sempre.
sabato 20 luglio 2013
.
I disastri maggiori nascono dall' incapacità di gestire una pluralità. In alcuni individui tale pluralità non si presenta, ed è più facile. In altri, invece, l' anima si manifesta così, plurale: vuoi per un' accentuata curiosità, vuoi per un' acutezza intellettuale superiore, vuoi per un fortuito caso. Ebbene, chi nasce con un' anima plurale ha il dovere morale nei confronti di se stesso e del mon...do di educarsi alla corretta gestione del proprio Io, rischiando, altrimenti, di generare un meccanismo corrotto e vorticoso, un pensiero circolare all' interno del quale il soggetto passa da un' idea all' altra senza smettere mai di non-essere; non già come i sofisti, nobili e scaltri possessori del proprio Io e del loro opposto, manipolatori del pensiero, ma come belve irragionevoli ed affamate, condannate a non cibarsi mai di nulla poichè non hanno la capacità nonchè la lucidità di discernere il commestibile dal velenoso, prese come sono dai loro terrori incontrollati, dai loro istinti insaziabili. Chi ha un' anima plurale è condannato alla riflessione, alla meditazione, alla convivenza scomoda con se stesso: solo se dialogherà costantemente con tutte le sue parti in causa, ponendosi tra loro come mediatore e risolutore di dispute, solo se i suoi occhi incontreranno centinaia di righe vergate dai Maestri del pensiero, solo se vivrà in nome dell' umanità dei sentimenti, vivrà una vita dignitosa e soddisfacente. In caso contrario, errerà senza possedere nulla, poichè in primo luogo non possiederà se stesso, e dunque non potrà scegliere neanche di non possedere, poichè non saprà discernere il possesso dal non possesso, l' amore dal sesso, l' abitudine dalla struttura: vagherà tra le terrene sorti disgraziate mentre un inguaribile male lo divora dall' interno. E' questo male è la negazione di se stessi, ed è un male terribile, perchè lo ha generato il caos: e se al caos non subentra il cosmos, allora per l' uomo non v'è alcuna possibilità di vita su questa terra.
E' solo un altro giro di giostra.
Questa sonnolenza è uno stordimento dell' essere che necessita solo di se stessa: un vortice dal quale è difficile uscire, perché intorno a me non c'è nessuno in grado di tirarmi fuori. La mia anima ha bisogno di lunghi silenzi e di giornate di stasi: tuttavia io la sforzo, perché è opinione comune che a fermarsi, in questi casi, c'è il rischio di affezionarsi troppo a certi fantasmi che poi non vanno più via. Ed è per questo che oggi sto scrivendo, per celebrare in qualche modo che ancora non so prevedere la fine del mio primo ciclo di studi universitari, poiché circa quattro giorni fa, (solo quattro giorni fa, e mi sembra che siano passati mesi) in condizioni oserei dire più che pietose, ho dato il mio ultimo esame. Il giorno dell' ultimo esame mi sembrava molto, molto lontano, quando ho cominciato questo percorso esattamente tre anni fa: ero convinta che in tre anni la mia vita sarebbe stata stravolta, cambiata, rovesciata, che io sarei cresciuta e che non sarei stata più la stessa, che centinaia di eventi mi avrebbero travolta costruendo una rinnovata esperienza di vita, ed in effetti così è stato, è così era giusto che fosse, ma mai, mai, neanche nei miei peggiori incubi avrei mai creduto che l' ultimo esame io lo facessi nel modo in cui l' ho fatto e cioè completamente sola, totalmente annientata come donna e come persona, digiuna da quasi una settimana e confusa all' inverosimile sul programma da preparare ed esporre. Eppure, amici e nemici miei, l' ho fatto. Ho fatto l' ultimo esame. L' ho fatto, e mi è anche andata bene. Ho preso un altro trenta. L' ultimo di questa triennale. Tutto si è svolto secondo la regola, senza che l' esito della mia preparazione venisse scalfito dal baratro nero che avevo dentro. Non mi ha divorata, non ce l' ha fatta. In qualche modo che ancora non so io sono stata più forte di lui. Ho stretto il pugno e i denti fino a farmi male. Ho studiato inzuppando il libro di lacrime, e non voglio la compassione di nessuno, perché non ne ho bisogno. Ho lottato contro la verità amara e incontrovertibile che le cose succedono senza meriti e demeriti, perché anzi, quanto più dai amore tanto più sei destinato a diventare cenere: chi sa portarti per mano è possibile che un giorno o l' altro questa sua mano la strappi via dalla tua, che ti dia una spinta, che ti faccia cadere, rotolare sull' asfalto, romperti le ossa, graffiarti il viso e le ginocchia, e che ti guardi mentre succede tutto questo senza colpo ferire, e che poi si giri e se ne vada, senza mai più voltarsi indietro. Succede, è naturale, non siamo esseri perfetti, nè angeli, il peccato e l' errore sono a noi congeniti, e allora tu puoi fare due cose, entrambe dolorosissime e senza una riuscita certa a breve termine: o resti a terra, sul cemento striato del tuo sangue, inerme, con gli occhi chiusi, e ti lasci morire lentamente nell' attesa che passi un camion a tutta velocità, o ti trascini faticosamente sul ciglio della strada e tenti di rimetterti in piedi. Quando ho provato a camminare sulle mie gambe, il primo tentativo è stato più che fallimentare: mi bruciavano gli organi interni e sembrava che mi avessero strappato il primo strato di pelle, tanto che mi faceva male addosso anche solo l' aria che respiravo. Le gambe hanno ceduto non so quante volte, prima di riprendere stabilità: una volta in piedi, ho cercato di accennare a qualche passo. E sono caduta, rovinosamente. Dunque ho tirato un lungo sospiro, e una valanga di pietre e fango mi ha sommersa. Ho preso coscienza all' improvviso di una verità che avrei vilmente preferito ignorare per il resto dei miei giorni: Eleonora, hai fatto una grandissima cazzata. Si, in fondo lo hai sempre saputo che avevi fatto una grandissima cazzata, ma finché si è giovani, e si hanno tutti i capelli in testa, ti senti addosso un coraggio svergognato di investire. Lo hai inflitto, e lo hai subito. Lo hai inflitto, e lo hai subito. E la vita gira e gira e gira sempre uguale per tutti. Ma, la cosa più atroce di tutte, è che se non avessi compiuto questo errore fatale, mai mi sarei accorta di quello che era reale, e davvero importante per me, in fondo. Probabilmente avrei vissuto con degli ingombranti rimpianti, e non sarei maturata, né mi sarei chiarita tutti i miei dubbi interiori. Ne vale la pena, non ne vale? Come ho imparato a mie spese a volte è giusto fare la cosa sbagliata, e non per un eccesso di zelo, né per presunzione, ma soltanto perché in un determinato momento della tua vita ti accorgi che, anche contro ogni logica e ogni sentimento, la cosa che devi fare è quella. Punto. Dove ti porterà solo Dio può saperlo, e se la strada è un vicolo cieco, allora potrai finalmente dire a te stesso: si, avevano ragione nel dire che stavo sbagliando, ma se non avessi sbagliato non lo avrei mai saputo. E questo è. Questo vale più di ogni altra cosa, poiché l' uomo spesso finge di non essere quello che è: un inguaribile egoista. Un pallone gonfiato, un egocentrico, insoddisfatto di ogni cosa. Allora adesso mi direte, o penserete: mi dispiace, oppure, ti sta bene, stronza. Non importa. Non è importante. L' importante è che so chi sono, e so quello che voglio. Se non posso averlo, anche questo, è poco importante. So aspettare, e mi tocca una lunga attesa adesso. A piccoli passi ho raggiunto un posto dove potermi leccare le ferite e medicarle alla bell' e meglio. Ora devo aspettare che tutto cicatrizzi per guardare in faccia la realtà senza rimanerne abbagliata. Ringrazio tutti coloro che mi sono stati vicino, che hanno cercato più o meno invano di farmi capire come stavano le cose, di strapparmi dalla faccia il velo sbiadito dell' errore, dell' irragionevolezza. Ringrazio chi mi ha spinto anche duramente a continuare nello studio, senza lasciare la presa, e chi mi ha invitato a riposare, e a rimandare, poiché nessuno è perfetto, e la fallibilità è umana, e non c'è da vergognarsene. Ringrazio la casualità degli eventi e me stessa per aver portato a termine ugualmente il mio percorso universitario, e per avermi regalato mezz'ora di lucidità, attraverso la quale conquistare ciò che adesso conta più di ogni altra cosa. I 'se' sono così belli da pensare, peccato che non abbiano riscontro reale. Se avessi ignorato me stessa, la mia vorace curiosità. Se fossi stata lungimirante. Se avessi riflettuto ancora e ancora, di più. Se avessi capito la verità senza ferirmi prima a morte, ferendo di riflesso un sacco di altre persone. Se potessi rimediare a tutto questo. Io non lo so, non voglio e non posso vivere di se.Voglio vivere di me. E cercare di dare il meglio, di dare purezza e limpidità di pensiero e di sentimento, senza covare rancori, senza nutrire paure. Senza guardarmi indietro, ma andando sempre avanti. E se sul mio avanti riuscissi col sangue e coi denti a riportare ciò che stupidamente ho lasciato indietro, allora sarei totalmente felice. Ma quello che pure ho imparato è che siamo comunque e sempre devoti soltanto e prima di tutto a noi stessi: l' autodifesa è la prima delle necessità. Io oggi mi spoglio di tutte le difese, perché mi sono fatta così male da non poterne provare più. Sono satura di dolore, e se volete, potete rovesciarmene altro addosso, non importa, non è importante. Quello che è importante è dire la verità, sempre, a se stessi, e poi agli altri. Io la verità finalmente la vedo chiara. E' tardi, è presto, è giusto, è sbagliato? Non lo so. Ma me la sento tutta dentro. Ed è quasi ora che, con discrezione ed educazione, cominci a spuntare un po' fuori. E poi sia quel che sia.
martedì 16 aprile 2013
Un altro giorno è andato.
Rispetto e dedizione sembrano concetti negativi, minoritari, sintomi quasi di inferiorità supposta e di vile sottomissione. Una società che si fonda sulla violenza e sulla prevaricazione non avrebbe potuto generare frutti migliori. Quindi volgo lo sguardo dall' altra parte e lascio carta bianca sul tavolo: scrivetela voi la storia, io ho voglia di riposare.
Mi fa male forte la testa a pensarci, a combatterlo, questo vuoto di senso e di umanità. Questa dialettica del 'soccombi tu o soccombo io, nessun compromesso' sta invadendo fastidiosamente ogni campo della mia esistenza, e contro di essa non posso nulla, e nulla potrei, se non essa stessa, che appunto rifuggo.
Le pagine della letteratura che leggiamo e di cui ci facciamo portavoce sono carta straccia ormai, utili soltanto a confondere le idee, a renderci avulsi da un contesto reale che ha rovesciato in un tempo sconosciuto tutto un sistema di valori e di forze positive un tempo animatrici piacevoli della nostra esistenza. Chi si occupa della loro trasmissione, soltanto i pazzi, gli anziani, quelli che non hanno vissuto davvero, che non conoscono nulla della vita, la vita, la vita, chi lo sa che cosa intendono per vita, quelli che la sottraggono dagli occhi e dalle mani dei poeti.
Ma alla fine, i poeti, sono sempre soli. Lì, tra le loro carte confuse, a pensare, pensare, mentre la vita gli scappa di mano, li supera, e va avanti, si svolge sotto le luci al neon dei locali, dove i ragazzi si accoppiano come conigli, per le strade, dove i vagabondi ebbri infastidiscono i passanti, e poi basta, da nessun altra parte, perché il mondo è soltanto questo, si sta ritirando, l' universo sta già tornando indietro, si è già ristretto, ha già cambiato idea.
Ed io non so rassegnarmi al tempo che va, e nemmeno a questo tempo che è ora; cerco la mia dimensione dovunque ma non in me, e certa di non poterla trovare neanche nell' amore più sincero me ne vado a casa, sconfitta, per l'ennesima volta. Un altro giorno è andato, con le sue scoperte, le sue piccole gioie, i suoi dolori sopportabili.
Mi fa male forte la testa a pensarci, a combatterlo, questo vuoto di senso e di umanità. Questa dialettica del 'soccombi tu o soccombo io, nessun compromesso' sta invadendo fastidiosamente ogni campo della mia esistenza, e contro di essa non posso nulla, e nulla potrei, se non essa stessa, che appunto rifuggo.
Le pagine della letteratura che leggiamo e di cui ci facciamo portavoce sono carta straccia ormai, utili soltanto a confondere le idee, a renderci avulsi da un contesto reale che ha rovesciato in un tempo sconosciuto tutto un sistema di valori e di forze positive un tempo animatrici piacevoli della nostra esistenza. Chi si occupa della loro trasmissione, soltanto i pazzi, gli anziani, quelli che non hanno vissuto davvero, che non conoscono nulla della vita, la vita, la vita, chi lo sa che cosa intendono per vita, quelli che la sottraggono dagli occhi e dalle mani dei poeti.
Ma alla fine, i poeti, sono sempre soli. Lì, tra le loro carte confuse, a pensare, pensare, mentre la vita gli scappa di mano, li supera, e va avanti, si svolge sotto le luci al neon dei locali, dove i ragazzi si accoppiano come conigli, per le strade, dove i vagabondi ebbri infastidiscono i passanti, e poi basta, da nessun altra parte, perché il mondo è soltanto questo, si sta ritirando, l' universo sta già tornando indietro, si è già ristretto, ha già cambiato idea.
Ed io non so rassegnarmi al tempo che va, e nemmeno a questo tempo che è ora; cerco la mia dimensione dovunque ma non in me, e certa di non poterla trovare neanche nell' amore più sincero me ne vado a casa, sconfitta, per l'ennesima volta. Un altro giorno è andato, con le sue scoperte, le sue piccole gioie, i suoi dolori sopportabili.
Iscriviti a:
Post (Atom)